Préime che ve’ le schìure di Pietro Civitareale

Recensione di Nelvia Di Monte

 

Nella breve premessa a questa quinta silloge di poesie nel dialetto abruzzese di Vittorito (AQ), paese che l’autore ha lasciato nel 1960, Civitareale scrive che “probabilmente sarà anche l’ultima” e che “l’uso del dialetto in poesia nasce dall’esigenza di mantenere, in qualche modo, un rapporto vivo e attivo con le mie origini abruzzesi”. L’atmosfera dell’intera raccolta è caratterizzata dalla compresenza di questi due elementi, il senso della fine e una vitalità che proviene dal paesaggio dell’infanzia.

Crepuscolare: è l’aggettivo che la lettura suggerisce, non in riferimento al movimento letterario, anche se di esperienze quotidiane si tratta, quasi una forma di diario per fissare precisi momenti delle proprie giornate. Quanto perché diverse poesie si situano in un momento di passaggio, a volte in bilico tra luce ed ombra, sul versante che scivola verso la malinconia per ciò che finisce o è già passato, e allora solo il ricordo lo trattiene, con le sue reiterate immagini di giorni trascorsi in un’altra terra, in un’altra casa, in un tempo ormai lontano: frammenti luminosi di esperienze vissute mentre nel presente le cose della vita scompaiono “senza manche addunàrcene” (senza nemmeno accorgercene).

A volte, invece, è il momento che sta tra buio e luce, con lo sguardo rivolto a quanto di bello si schiude in un’alba nuova: “Te pare de tuccà ju ciele che nu déite. / I chiù nen piénze a quele ch’è state, / ma a quele che sarrà, come se stisce / alla cumenzatéure de la véite” (Ti pare di toccare il cielo con un dito. E non pensi a ciò che è stato, ma a ciò che sarà, come se ti trovassi all’inizio della vita). I versi citati mostrano come lo stile scorrevole – sottolineato dalla versione quasi prosastica in italiano – nell’originale sia ben controllato e modulato, in questa poesia, ad esempio, con una rima (scéite-déite-véite) ripresa ogni tre versi.

Nei testi più solari l’attenzione del poeta si sofferma sui colori e i suoni di una natura in sintonia con il proprio umore, presenza comunque amica nel bello e nel cattivo tempo, letterale e simbolico. Non così avviene con le persone che si incontrano o si sono incontrate lungo la propria vita, la loro perdita o lontananza intride di solitudine molte poesie. Talora la tristezza è velata dall’ironia o dalla consapevolezza che il paesaggio quasi edenico dell’infanzia abbia il nitore di un’illusione, ma desiderio e sogno ad occhi aperti danno senso alla vita anche se poi si trasformano in delusioni. Più raramente l’amarezza diventa sgumiénte-sgomento (in rima con niénte). Il dialetto incarna bene la continua oscillazione tra luce e oscurità, tra passato e presente, tra quello che è irrimediabilmente perso o distrutto nella realtà (come la vecchia casa ormai senza porte né finestre) e quanto vive nel ricordo (come in Terra majje-Terra mia: “Sei vicina e sei lontana, nel cuore e alla fine del mondo”).

Nonostante il pessimismo esistenziale che traspare dai testi, Civitareale sembra assegnare alla scrittura poetica una funzione apotropaica, di tenere a bada oscure presenze e la sensazione che tutto vada troppo in fretta verso il niénte, così che poco di luminoso resta Préime che ve’ le schìure, se non il dubbio che neppure il ricordo sia vero, che sia soltanto “un sogno che mi sono inventato per avere qualcosa da ricordare”. Ma a questa immagine, che chiude la raccolta, si possono opporre i versi più lievi di una serena mattina in campagna: “stiénghe anchéure / ècche, cuntiénte come nu quatrale; / che pure uogge, insomme, la morte / ha fatte nu bìusce dentr’all’acque” (sono ancora qui, contento come un ragazzo, che, insomma, la morte ha fatto un buco nell’acqua).

Pietro Civitareale, Préime che ve’ le schìure (Prima che venga buio), Edizioni Cofine, Roma 2019

 

Nelvia Di Monte

 

10 gennaio 2020