Un esaustivo apparato critico e biobibliografico sostiene la ricerca sugli autori di poesia più rappresentativi della regione Marche, nove poeti dialettali tra loro differenti per struttura ritmica e contenuti, alcuni attivi tra primo e secondo Novecento, altri in questo scorcio di secolo sino ai contemporanei.
Lo studio di Francesco Piga, autore e curatore dell’antologia Poeti nei dialetti delle Marche fra Novecento e Duemila (Cofine, 2025), rappresenta dunque una organica mappa letteraria di voci che hanno apportato un notevole contributo alla poesia d’una regione la cui situazione storica e sociale ha a lungo rallentato lo sviluppo di un unico ceppo linguistico dialettale in un “territorio per lunghi tratti impervio, con i monti dell’Appennino e le balconate collinose, le vallate (…), i brevi tratti di pianura e il litorale sull’Adriatico”; peraltro, territorio che “per secoli ha reso difficoltose le comunicazioni, favorendo l’isolamento e ostacolando, quindi, anche lo scambio linguistico, che si è fatto attivo soltanto dalla fine degli anni Sessanta”, secoli dopo gli “avvenimenti storici che, a partire dal XII sec. a.C. e fino al 1600, hanno contribuito a dividere la regione e a far convivere tradizioni culturali diverse” (dalla Premessa).
Non solo antologia, ma insieme di saggi dedicati a ogni figura poetica è questo libro appassionante nelle cui pagine incontriamo autori che hanno tracciato il solco, a cominciare dal pesarese Odoardo Giansanti (1852-1932), poeta cieco che declamava in spazi aperti, di fronte alla gente i suoi versi (in italiano e in dialetto) arguti, diretti ad esprimere la pena di vivere e a testimoniare gli aspetti sociali del proprio tempo con versi satirici, mordaci con cui additare i guasti e le disparità tra ceti, la vanità e l’ipocrisia.
A Franco Scataglini (Ancona 1930 – Numana 1994), poeta considerato tra i maggiori del Novecento italiano, si deve l’invenzione d’una lingua poetica nata dalla mescolanza tra il vernacolo locale e l’antico verseggiare dei trovadori provenzali. Delle liriche di questo autore viene sottolineato lo stile sperimentale, ricco di sonorità scaturenti dalla “relazione tra l’anconetano e la poesia umbro-marchigiana delle origini”.
Scrittore in versi e in prosa, appassionato di cinema e arte, critico letterario, Gabriele Ghiandoni (Fano, 1934-2018) è stato molto attivo negli ambienti culturali fanesi. La recuperata lingua natale viene costantemente reinventata per creare “una propria lingua di scrittura”: essenziale, di argentea consistenza, leggera eppure visibile come «na bava bianca».
Ugualmente importante e significativo il contributo intellettuale di Leonardo Mancino (Camerino, 1939-2010) per le Marche (“a programmi radiofonici e televisivi, a quotidiani e riviste”), il quale ritorna al proprio dialetto. Poeta in italiano e in dialetto (lingua del ritorno alla regione natale lasciata per motivi di lavoro), è soprattutto grazie a questa lingua che evoca i ricordi, gli affetti, che egli pienamente esprime la complessità dell’esistenza, con essa lingua ristabilire il rapporto intimo, di appartenenza al “piccolo mondo marchigiano”, di gratitudine a “una città ed una regione civilissime e materne, dolcissime ed insieme austere”.
L’attività culturale di Maria Lenti (Urbino 1941) – “seminari di lingua, letteratura e cultura italiana con studenti stranieri, in Italia e all’ Estero”-, scrittrice di versi in lingua e in dialetto, narratrice e saggista, giornalista, studiosa di arte e di cinema, cammina di pari passo con l’impegno educativo e sociopolitico. Ne è testimone la corposa produzione sia narrativa che poetica, in cui il dato autobiografico, l’esperienza diretta sono fonte di dialogo col mondo, col tempo e i giorni.
La parlata urbinate mischiata alla lingua è diretta a sostenere tanto le parole popolari che quelle colte, portatrici entrambe di riflessioni sui valori fondanti a sostegno di radicali cambiamenti etici. L’inizio poetico di Rosanna Gambarara (Urbino, 1942) è in lingua e nella forma metrica del sonetto, successivamente in dialetto e in verso libero. L’autrice riconosce e definisce il dialetto ‘lingua della poesia’, delle origini a partire dalle sue proprie. I suoi versi nascono da una profonda osservazione e capacità di ascolto. In tal modo accoglie ciò che le sta intorno, gli aspetti e le vicende della realtà, e pure ciò che la voce interiore detta: i ricordi personali, l’intimità dei riti quotidiani, le assenze, i richiami di un tempo lontano tra nostalgia e rimpianto.
Nella poetica in lingua e in dialetto di Anna Elisa Di Gregorio (Siena 1942-Ancona 2020), sia lo stile che il contenuto pongono al centro un microcosmo luminoso e magico ritratto in forma raffinata, lieve e profonda. Laddove la realtà si rivela in tutti suoi consueti concreti aspetti, la poetessa disvela e accoglie un “oltre” la porta, ovvero una dimensione colma di incanto e di leggerezza capace di suscitare stupore e meraviglia malgrado “la precarietà di ciò che resta, la provvisorietà del nostro esistere”.
Dalla natìa Perugia Nadia Mogini (1947) trasferitasi ad Ancona, ha scritto testi in italiano e in dialetto perugino, per poi approdare alla «léngua adutíva», «léngua furestiera», d’un’altra città. Ciò le consente di non sentirsi estranea alla comunità anconetana e di attribuire alla poesia quel ruolo di salvezza dal dolore dell’anima che nasce dalla lontananza dalla città natale. Il dato esistenziale, autobiografico – motivo ricorrente in scrittura – viene costantemente nutrito dallo studio e dalla ricerca, in altre parole della stessa “attenzione filologica che ha caratterizzato tutta la sua ricerca linguistica sul dialetto” perugino.
Di Fabio Maria Serpilli (Ancona, 1949) l’intensa attività culturale e la scrittura, gli studi “di filosofia e teologia presso la Pontificia Università Lateranense a Roma” e di saggista e narratore. Autore teatrale, poeta bilingue in verso libero, egli si avvale dell’idioma marchigiano di Castelferretti, luogo di vita e di memoria personale, di incontri, esperienze da raccontare in forma poetica. La sua attenzione è rivolta alla comunità, alla gente, alla Storia e a Dio, ai temi della contemporaneità “con metafore e con rimandi al rapporto tra natura e condizione umana”.
L’AUTORE
Francesco Piga (Isola d’Elba, 1951), laureato in Lettere all’Università di Firenze, è stato ricercatore presso la cattedra di Letteratura Italiana contemporanea del professor Giorgio Luti. Ha pubblicato Il mito del superuomo in Nietzsche e D’Annunzio (Vallecchi, Firenze 1979) e La poesia dialettale del Novecento (Vallardi, Padova 1999), articoli su Nievo, Leopardi, Savinio, Bufalino e Zanzotto, e recensioni su riviste letterarie italiane e straniere, dalla “Nuova Antologia” a “Italianistica”, “Quaderni del Vittoriale”, “Revue des études italiennes”. Ha collaborato ad alcuni volumi di Storie letterarie per l’Università di Firenze, Poeti italiani del Novecento, Narratori italiani del secondo Novecento, e Critici, movimenti e riviste del ’900 letterario italiano (tutti editi da La Nuova Italia, Firenze 1985),Storia letteraria d’Italia(Vallardi, Padova 1993). Ha diretto per la casa editrice Prova d’Autore una collana di poesia dialettale, e la rivista “Gazzetta Ufficiale dei Dialetti”. Ha scritto le postfazioni alle memorie di Lucette Destouches Céline segreto (Lantana, Roma 2012) e al romanzo di Salvatore Adamo La notte… l’attesa (Fazi, Roma 2015). È tra i curatori dell’antologia Dialect Poetry of Northern & Central Italy (Legas, Quebec 2001) ed è presente nell’antologia céliniana Céline’s Big Band (Edizioni de Roux, 2015). Con Edizioni Cofine ha pubblicato, nel 2017, l’antologia Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila.