Poeti in dialetto a Roma – I testi e il video del reading del 30 gennaio 2021

In occasione della Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali, sabato 30 Gennaio 2021 ore 16-19 si è tenuto il tradizionale incontro Poeti in dialetto a Roma.

I poeti nei dialetti d’Italia residenti nella Capitale si sono incontrati ONLINE SULLA PIATTAFORMA ZOOM

L’iniziativa, organizzata da Associazione Periferie – Centro di documentazione della poesia dialettale “Vincenzo Scarpellino” e da Lend Gruppo Locale Roma, si è aperto con i saluti di Vincenzo Luciani (Associazione Periferie) e Cristina Polli (Responsabile Gruppo Lend di Roma). Il reading dei poeti sarà condotto da Anna Maria Curci (Redazione Periferie; Gruppo Lend di Roma).

Dopo un  Ricordo di Achille Serrao con la lettura in audio di tre sue poesie a cura di di Federico Carabetta, nel reading si sono avvicendati i poeti:

Stefania Di Lino (romanesco e napoletano)

Aurora Fratini (dialetto Sambuci, RM)

Vincenzo Luciani (dialetto pugliese Ischitella, FG)

Nadia Puglielli (dialetto romanesco)

Valerio Sampieri (dialetto romanesco)

Patrizia Sardisco (dialetto siciliano)

Antonietta Tiberia (dialetto ciociaro)

Paolo Uras (dialetto romanesco e napoletano)

Paolo Emilio Urbanetti (dialetto romanesco)

 

Enzo Luciani ha registrato il reading sul canale youtube di Vincenzo Luciani QUESTO VIDEO che linkiamo QUI

Per favorire la partecipazione e soprattutto la conoscenza dei poeti partecipanti e dei loro testi abbiamo ritenuto opportuno pubblicarli sul poetidelparco.it

Il poeta Maurizio Rossi (dialetto romanesco) impossibilitato a partecipare ha inviato le sue poesie che sono qui pubblicati.

 

I testi del reading

 

 

AUROFRANCO E STEFANIA DI LINO

Stefania Di Lino è formatrice e docente abilitata per l’insegnamento di materie artistiche nei Licei. Artista e poeta, è promotrice di numerose manifestazioni culturali in cui spesso integra l’arte figurativa con quella della parola. Ha fondato diverse associazioni culturali, ha diretto artisticamente la Galleria Battaggia al Teatro Eliseo di Roma, ha esposto in gallerie private, in Italia e all’estero, e in sedi istituzionali, tra cui: la Galleria d’Arte Moderna, l’Accademia dei Lincei, la Sala Pietro da Cortona in Campidoglio, la Sala Capitolare del Senato della Repubblica in Santa Maria Sopra Minerva, Palazzo Valentini, Museo Macro, a Roma.  Nel 2012 aderisce e partecipa per varie edizioni al World Poetry Movement con la Palabra en el Mundo. Nel 2012 ha pubblicato “Percorsi di vetro”, la sua prima raccolta poetica, con De-Comporre Edizioni; nel 2013 partecipa, con un suo testo critico, al Festival Mondiale della Poesia di Caracas, in Venezuela; nel 2017 pubblica “La parola detta” con La Vita Felice Edizioni. Ha conseguito premi e riconoscimenti in diversi concorsi poetico – letterari, e suoi testi sono presenti in numerose antologie e riviste specializzate, on-line e cartacee, tra cui: Bibbia d’Asfalto, Poetarum Silva,  Blanc de ta nuque, I fiori del male, LaRecherche.it, di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani, e Incroci, rivista semestrale diretta da Lino Angiuli.  Scrive testi critici ed è redattrice presso diversi Blog di settore. Sono in cantiere due prossime pubblicazioni, “pandemia” permettendo.

Aurofranco Di Lino nasce a Roma, nel quartiere S. Lorenzo, nel 1926, da madre commerciante e padre operaio, socialista e antifascista, nonché accanito lettore, a cui sarà affidata la direzione e la programmazione della Casa della Cultura di S. Lorenzo, allora sede del Partito Socialista Italiano. Il padre rifiuterà sempre con fermezza il tesseramento di adesione al Partito Fascista, con gravi conseguenze esistenziali e lavorative per tutta la numerosa famiglia. In seguito al bombardamento del quartiere, la famiglia si trasferirà nel quartiere Testaccio, dove Aurofranco completerà il ciclo di studi e dove sboccerà il suo amore per la Roma, squadra di calcio. Primo di dieci fratelli, sopravvissuto  alla fame e agli orrori della guerra, Aurofranco Di Lino s’iscrive al Partito Comunista Italiano, nelle sezioni dell’Ostiense, via del Gazometro, e presso la “Villetta”, alla Garbatella, che saranno i luoghi d’elezione della sua militanza attiva, del suo lavoro, della sua vita. In seguito s’iscriverà anche alla CGIL- Filt. Aurofranco sarà cerniera tra il Partito Comunista, con incarichi di rilievo – nel 1963 sarà il primo dei non eletti per il Consiglio Comunale a Roma -, e i Mercati Generali, in cui già lavorava, ristrutturando in modo innovativo il lavoro di trasporto e facchinaggio, con la costituzione della più grande cooperativa esistente, con più di millecinquecento iscritti, restituendo piena dignità ai lavoratori del settore. Il 6 luglio 1960, malgrado l’autorizzazione negata dalla Prefettura di Roma per manifestare in ricordo dei caduti nel settembre 1943 per difendere Roma dai tedeschi – Aurofranco, insieme a molti altri, scende in piazza a Porta San Paolo, sfidando la repressione feroce della polizia a cavallo del governo Tambroni,  uniti ai picchiatori del M.S.I. guidati da Pino Rauti. Verrà arrestato e condotto a Regina Coeli, e lì trattenuto per tre giorni e tre notti. Varcando quei famosi “tre scalini”, confermerà, romano tra i romani, l’amore per la sua città libera da rigurgiti fascisti. Nella maturità potrà finalmente dare voce alla sua vena poetica. S’iscrive all’Accademia Gioacchino Belli di Roma, scegliendo il vernacolo romanesco come idioma espressivo, e come espressione popolare, approfondendo gli studi sia sui maggiori poeti romani, sia sulla struttura compositiva poetica, prediligendo nello scrivere il rigore della forma chiusa delle quartine e del sonetto. Morirà a Roma, la notte del 24 febbraio 2017, nel suo letto.

 

 

 

 

 

AURORA FRATINI

 

AURORA FRATINI è nata a Roma nel 1961, è laureata in Lettere ed è presidente dell’Associazione Culturale Terzo Millennio di Sambuci. È autrice e regista di 7 commedie in dialetto e 13 in lingua. Per l’Archivio Storico di Poste Italiane ha col- laborato a diverse pubblicazioni, alla catalogazione di testi storici, alla realizzazione del fondo storico-fotografico dell’azienda e al recupero di reperti rari e antichi. Su invito del Comune e della Parrocchia di Sambuci ha pubblicato opere dedicate ai culti e alla tradizione del paese. Si è classificata al primo posto al Premio di poesia e stornelli inediti nei dialetti del Lazio “Vincenzo Scarpellino” nelle edizioni 2011 e 2014; seconda classificata, al concorso nazionale “Salva la tua lingua Locale” 2014; prima classificata nello stesso nell’edizione 2015. Per le rappresentazioni di carattere storico Donne del Risorgimento (nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia) e La parola segreta era “Elefante” (nel 70° della Liberazione di Roma) ha ricevuto l’Alto Patrocinio del Presidente della Repubblica.

 

 

 

Lavannara

 

Odre i cannitu ‘elle cannavine

menne stajo

jettati giocaregli all’ara

che tune accappocatru t’appresendi

che sta cala’ jorno

agliu vendu callu ella ‘state bionna

‘ndo de’ spiche tenne va dunnulenno

vela che n’acchiappa agliu rizzonde

fruscianno ‘e frezze avvendu

maravigliuse e acciurlate

a’ jura ruscia egliu tremundu.

Co gl’ucchi chiusi già mette vidu i visu

e spettu

che spanni i cannore joppe prata

pe sciurica’ mmezz’e sfrage smosse

agliu candu de ssu lino biangu.

Areve’ ecco da mene

svota ‘a canestra sfatta ‘a spara *.

Arevenii e menne sto

cogl’ucchi chiusi

sott’a carezza tea

‘ngora, ‘ngora ‘na voda,

‘elle mano amate velle tee

che sannu de lisciva e de sapune

comm’a petra lisci’egliu fossatu

 

*Ciambella di stoffa che le donne mettevano sul capo per attutire il peso di  tinozze, conche, tavole di legno.

 

 

Lavandaia

 

Oltre il canneto delle canapine

attendo

deposti i giochi all’aia

aspetto

che tu tra poco appaia

nel degradar del giorno

al caldo vento dell’estate bionda

dove di spighe ondeggi

vela di trasparenze all’orizzonte

fruscianti ciocche al vento

stupendamente sfatte

alla scintilla rossa del tramonto.

Ad occhi chiusi presento il viso tuo

e attendo

che stenda il tuo candore lungo il prato

per scivolare tra le frange smosse

mosse dal canto del tuo lino bianco.

Poi torni qui da me

vuota la cesta, sfatta la spara.

Torni e mi sto

ad occhi chiusi

sotto la tua carezza

ancora, una volta ancora,

delle tue amate mani

che sanno di lisciva e di sapone

come la pietra liscia del fossato.

 

 

 

Cantasilen’egliu malocchiu *

 

Piglia ‘o sale, ’i piatt’ell’acqua

po’ me mitte nu zinale

piglia l’ogliu alla baracca (1)

e prengipia i’ riduale

 

Appicciata ‘na cannela

pe alluma’ ‘a strumendazzione

‘ngumingia a candilena

se fa certi signi ‘e croce

 

‘Ntegne ‘e vetora agliu piattu

po’ me fa cruci e crucitte

sopre ‘nvronde e pure ‘nzinu

‘ngerbicannu parulitte (2)

 

“Cusci’ in nomine e’ Maria

esso ‘o male scappa via

a commannu de Gisù

esso ‘’o male ‘nvene più

colla Sanda Trinità

esso ‘o male senne va!”

 

‘I scongiuro è begliu è fatto

ma s’allarga a macchi’ell’ogliu.

Varda varda chett’a fattu!

Figlia mea teni i’ malocchiu!

 

E arepete sso scongiuro

mendre sta cala’ a giurnada

finu a quannu ‘i piattu e’ puru

comme l’acqua ‘ella fundana

 

Finu a quannu ‘a guccettella

‘nze fa micca miccareglia

e i demonio, si’ fregatu (3),

da ssu corpu s’è scappatu.

 

*La pratica di scongiuro contro il malocchio prevede l’uso di elementi tipici dell’arte dell’esorcismo della cultura contadina ed ha radici antichissime: olio, acqua, sale, fuoco, il potere della parola. (1) Per baracca si intende una casupola di rimessa degli attrezzi dell’orto. (2) Parlare “in gerbucu” significa parlare in codice segreto, o in maniera da non far comprendere ad altri cosa si sta dicendo. Il termine, di etimologia incerta, potrebbe derivare da “gèrbo”= terreno incolto, brullo, a significare un modo di parlare oscuro, oppure dal toscano gèrbo= moina, smorfia, a significare un parlare contraffatto. O forse, più semplicemente dal termine “gergo”, storpiato in sambuciano, come dire parlare in un dialetto, in un vernacolo non conosciuto e condiviso da altri. (3) Si’ fregatu! È una esclamazione che può avere diversi significati: che sciocco che sei! che tu sia gabbato! mannaggia!

 

 

Tiritera del malocchio

 

Prende il sale, il piatto e l’acqua

poi mi mette un gran grembiale

prende l’olio dalla baracca

ed inizia il rituale.

 

Poi accesa una candela

per dar lume agli strumenti

incomincia cantilena

e fa certi segni in croce.

 

Bagna le dita nel piattino

poi mi fa croci e crocette

sulla fronte e pure in petto

con arcane parolette.

 

“Così in nome di Maria

ecco il male scappa via

su comando di Gesù

ecco il male non viene più

con la Santa Trinità

ecco il male se ne va!”

 

Lo scongiuro è ben compiuto

ma si allarga la macchia d’olio

Guarda guarda che fattaccio!

Figlia mia, tu hai il malocchio!

 

E ripete lo scongiuro

mentre cala la giornata

fino quando il piatto è lindo

come acqua di fontana.

 

Fino a quando la goccetta (dell’olio)

non si fa più piccoletta

e il demonio, sia dannato,

dal mio corpo se ne è andato.

 

 

 

Matre

 

‘O batte batte batte

ella sedòla

‘ngantu ‘ndicu

comme de rosignolu,

addore ‘e guazza

cologna ‘e pampora

vocca de papambora

ucchi de celo

capigli pe ruzza’

na bella pezza.

E i’ sonno pe’ sonna’.

I grembu teo ‘e zinne

’e mele latte e rose.

All’andrasatta tu

c’annazzechi a criatura

‘ndramente t’addimammi

comm’a fattu

si propo tu si stata

a fa’ ssa cosa vera

che te fa ride ‘nzemmora

e fa piagne.

E batte batte batte la sedola,

mo’, che si’ femmona fatta

che si’ Matre si’ Ddio.

E batte batte batte la sedola.

Ssa cemece

c’angora ‘nde gognosce

‘nge sende

de vulesse appenneca’.

 

 

Madre

 

Il battere cadenzato

della sediola

un canto antico

come di usignolo

odore di umido

profumo di pampini

bocca di papavero

occhi di cielo

capelli per giocare

a lungo.

E il sonno per sognare.

Il grembo tuo le mammelle

di miele latte e rose.

All’improvviso tu

che dondoli la creatura

mentre ti chiedi

come hai fatto

se proprio tu sei stata

a far questa cosa vera

che ti fa ridire e piangere

al contempo.

E batte batte batte la sediola,

adesso, che ti sei fatta donna

che sei Madre sei Dio.

E batte batte batte la sediola.

Questa cimice

che ancora non ti conosce

non intende

di volersi addormentare.

 

 

 

 

VINCENZO LUCIANI

Vincenzo Luciani, nato nel 1946 a Ischitella (FG), dal 1975 vive a Roma. È fondatore dell’Associazione e della rivista “Periferie”. Dirige il Centro di documentazione della poesia dialettale “V. Scarpellino”. Ha pubblicato in poesia: Il paese e Torino, (Salemi, 1985); per le Ed. Cofine: I frutte cirve (1986), Frutte cirve e ammature (2001), Tor Tre Teste ed altre poesie: 1968-2005 (2005), La Cruedda (2012), Straloche/Traslochi (2017), Vanzature/Avanzi (2020). Con A. Serrao ha fondato i premi di poesia “V. Scarpellino” e “Ischitella-P. Giannone”.

 

 

A une a une ce ne vanne

 

A une a une ce ne vanne

a n’ata vanne. Chi u sape

se e ddone

ce trove dd’ata vanne. Sckitte

ij sacce che mo

che te jesse truanne

ji nun te trove cchiù

che si trasciute ntu munne

d’i nocchiù.

 

A UNO A UNO SE NE VANNO – A uno a uno se ne vanno / in un altro luogo. Chi lo sa / se e dove / si trova quel luogo. Soltanto / so che ora / che vorrei incontrarti / io non ti trovo più / perché sei entrata nel mondo / dei non più.

 

 

A lune

 

Stanotte

a lune

allatte

i mure de Scketedde

e i stedde

ammucce ammucce

bbaah!*

 

LA LUNA – Stanotte / la luna / tinge di latte / le mura di Ischitella / e le stelle / acceca acceca / bbaah!

*ammucce ammucce bbaah!: gioco che si faceva con i bimbi, coprendo loro gli occhi con una mano e poi scoprendoli con l’esclamazione liberatoria di sorpresa: bbaah!

 

 

Tenghe che fà

 

Tenghe che fà

tenghe che fà

ora e mumente tenghe che fa.

E p’a pojesie?

Tempe ’n ce sta!

Tempe ’n ce sta!

 

E tu mo vide

addone a jie a sunà!

 

IO HO DA FARE – Io ho da fare / Io ho da fare / ora e per sempre io ho da fare. / E per la poesia? / Non c’è mai tempo! / Non c’èè mai tempo! // E tu adesso / gira alla larga!

 

 

 

 

NADIA PUGLIELLI

Nadia Puglielli, nasce a Roma nel rione Borgo Pio. Figlia e sorella di artisti. Nel 2015 ha pubblicato con EdiLazio il suo primo libro di prose e poesie “lo spiffero de l’anima” in vernacolo romanesco. Nel 2018 ha pubblicato con Aletti una raccolta di poesie sempre in vernacolo “‘na vita in verzi” e lo stesso editore le ha tributato il diploma di merito. Finalista di vari concorsi, le sue poesie sono inserite in alcune antologie edizione Aletti e Ponte Sisto. Finalista con la poesia in vernacolo “penzièro d’amore” inserita nell’antologia edizione Aletti e la prefazione del grande paroliere Alfredo Rapetti Mogol, assegnandole il diploma di merito. Nel 2019 la poetessa è stata introdotta nell’enciclopedia dei poeti contemporanei edizione Aletti. Nadia Puglielli collabora poeticamente in vernacolo nella rivista Testacciointesta. Nel 2020 ha collaborato con Alessandro Scarnecchia alla trasmissione telefonica “Radio Radio” declamando i suoi versi in romanesco. Attualmente sta collaborando con edizioni Escamontage per una antologia e un prossimo libro

 

 

A mi’ madre

 

Vorei ditte che t’ho amata,

ma nu’ ciò avuto er tempo.

Vorei aricordàmme si m’abbraccicavi

ma nu’ me lo ricordo.

Eri troppo giovine pe’ penzà’ a tre fij

E nun me lo scordo.

Er tempo perzo nu’ aritorna,

li sbaj se paghèno e puro cari.

‘Na cosa te dico mamma;

si nu’ t’ho avuta quanno ero ‘na pupetta

se semo aritrovate,

e a testa bassa te sei arifatta pe’ le tue mancanze.

Si er passato nu’ aritorna

aringrazzio chicchessia che sei mamma mia.

 

 

 

Er core in gabbia*

 

La raggìone nu’ ariesce a commannà er còre

che s’affatica drènto a la su’ gabbia.

Soffre ma nu’ vòle er cambiamento

co’ parpitazzìone, nu’ se làgna, de’ dolore,

‘sta priggione è senza le chiavi

è ‘n isolamento che nu’ sempre me va bene,

si l’oro è grezzo, l’amore pò esse senza luce,

so’ l’occhiate mute che me fanno capì,

si tu me voi bene.

 

 

 

Roma*

 

Roma nu’ me stanco mai d’ammiralla

li mezzi so’ ridotti e pieni,

me passa la voja e vado a piedi.

Cammino e me la guardo, co’ sole la pioggia,

è sempre ‘na primavera che sorféggia,

‘no strumento musicale che m’accompagna

co’ le rime che me pòrteno lontano,

‘na musica senza fine, der fruscìo de le foje,

er Tevere placido, annisconne li segreti,

je passeggio a’ fianco, e scopro la natura de l’urbe,

nun se sènteno li rumori de le màchine

e lo smogghe che me fà mancà er fiàto

Cammino e allento er passo

pe’ guardà le cuppòle dar basso,

spicca la più granne, quella Michelangiolesca,

me meravijo come si fusse la prima vorta

che me so’ innammorata quanno l’ho vista.

Grazzie Roma d’avemme fatto nasce ne’ la tua culla,

e generosa m’ai portato a Borgo Pio,

me annisconnèvo dèreto ar colonnato de San Pietro,

giocavo a’ Castello, annàvo a l’oratorio a la Lungara,

e aringrazzio chicchessia che puro io so’ fija tua

 

 

 

 

 

VALERIO SAMPIERI

 

Valerio Sampieri, nato a Roma nel dicembre 1950, ha iniziato ad occuparsi del dialetto romanesco nel 2014, allorché è scoccata in lui la “scintilla”. Autore di circa 900 componimenti, per lo più sonetti -alcuni dei quali volutamente non “ortodossi” metricamente-, Valerio Sampieri ha partecipato ad alcuni concorsi, tra i quali quello di ammissione all’Accademia romanesca del 2020, risultando sempre tra i premiati, sebbene “fuori del podio”. Le opere dell’Autore sono per lo più ispirate al filone “pasquinate”, a ricordi della gioventù, o ad episodi narrati dalla tradizione letteraria romanesca, alla cui lettura egli si dedica assiduamente. Tre suoi componimenti sono stati inseriti nell’Agenda del poeta 2019 ed una decina di suoi sonetti sono stati pubblicati sulla rivista “Voce Romana”, il cui numero 53 gli ha dedicato una intera pagina.

 

 

L’attastata

 

“Ciò voja de sgrullà un po’ er farpalà,

ch’è quelo che se dice er cacc’e métte

-me manca ormai da mesi diciassette-,

nun è che me vorebbe ‘n po’ ajutà?

 

Stagnaro nu’ lo sò, p’inzifonà

nun serve manco er mago o le bacchette,

abbasta che me fà toccà le tette,

poi vede si comincio a sfuticchià”.

 

Se vorta: “Ma sei matto, gran zozzone?

Io sò ‘na donna onesta e maritata!

Bigna che le rispetti le perzóne!”.

 

“Signora, lei me scusi lo scandajo,

l’ho fatto mentre che stava vortata …

mò che l’ho vista bene … era ‘no sbajo!”.

 

Note: Attastata; scandajo: Il sondaggio. Sgrullà er farpalà; cacc’e mmétte; inzifonà; sfuticchià: coìre. v.12, bigna: bisogna (ant.).

 

 

 

A zampa sbuggenzatica

 

Ma propio a me deve acchiappà la sciatica?

Annavo che ‘n furetto me pareva

‘n attrezzo, ‘n cataletto che ‘n coreva

e adesso ciò ‘na zampa sbuggenzatica.

 

Nun è sempre scassata, ma è lunatica.

Io m’aricordo bene che faceva!

L’ostacoli? Mbè, lei se li beveva!

‘Na zampa sola è cosa poco pratica.

 

Bando a le ciance, è inutile intristisse,

pensà ar tempo in cui nun ciavevi pene

e sta a rimugginà sopra a ‘ste fisse.

 

Er male de la cianca nun è gnente,

magara quella là sta puro bene:

er male vero, l’anima lo sente.

 

Cataletto = Feretro, bara. Sbuggenzatico = Sgarbato, incitativo [Belli]. [Ravaro]: Capriccioso, stravagante, strambo. Il titolo va perciò tradotto con “la gamba capricciosa”.

 

 

 

Li perfidi e l’ipocriti

 

Te dò ‘n cazzotto ‘n punta a la ciafrocca,

pe’ véde si fa male veramente.

Ma no, giocavo, nun è vero gnente,

te dò ‘na ginocchiata su la bocca.

 

Te pare che stò a dì ‘na cosa sciocca,

ma, si ciabbadi, vedi che la gente

de te se ne strafotte bellamente

e te fa male puro si nu’ sbrocca.

 

Chissà perché c’è tanta cattiveria,

aggratise, nimmanco ce guadambi:

è ‘na faccenda che me sembra seria.

 

Ma poi si guardi a queli detti “boni”,

che dicheno de l’antri che sò strambi …

me fanno girà tanto li minchioni!

 

Ciafrocca: naso. Si nu’ sbrocca: se non va fuori di testa

 

 

 

 

 

PATRIZIA SARDISCO

Patrizia Sardisco è nata a Monreale dove tuttora vive. Laureata in Psicologia, specializzata in Didattica Speciale, lavora in un liceo di Palermo. Scrive in lingua italiana e in dialetto siciliano. Sue liriche e alcuni racconti brevi compaiono in antologie, riviste e blog letterari. Nel 2016 ha pubblicato, per i tipi di Plumelia, la silloge in dialetto Crivu, vincitrice del Premio Internazionale “Città di Marineo” e menzionata al Premio “Di Liegro” di Roma. Nel 2018 si è aggiudicata il Premio “Montano” nella sezione “Una prosa breve”. Nello stesso anno, per le Edizioni Cofine, ha dato alle stampe la sua prima pubblicazione in lingua italiana, eu-nuca, con prefazione di Anna Maria Curci, finalista al Premio “Bologna in lettere” 2019.

 

 

Secunnu jormu ‘i mmernu, assulacchiatu

 

Mmernu, ruci r’aranci

chianci e s’arrimina

lestu a rìriri arrè, ‘amministrari

rìula e negghi ‘i zzùcchiru

e garzi pi passari

a parrata r’u voscu.

E unni e gghiè ciancianìi r’acitazzu

chi sùchinu pinzeru sutta u suli.

Avemu rèbbita.

Fannu ‘na largasìa nno pettu

cci fannu nira ‘aceddi

e chiossa’ su’ sarbaggi

cchiù ruci ntrìzzanu nna vuci

canigghia e granagghia r’àvutri mmirnati

àvitru lustru

scorci r’aranci munnati tunnu tunnu.

 

 

Secondo giorno d’inverno, soleggiato

 

Inverno, dolce di aranci

piange e fa in fretta

svelto a ridere ancora e a dosare

ruggine e nuvole di zucchero

e garze per filtrare

il linguaggio del bosco.

E ovunque tintinnii d’acetosella

che succhiano memoria sotto il sole.

 

Abbiamo debiti.

Fanno spazio nel petto

uccelli vi nidificano

e più sono selvatici

più dolcemente intrecciano nel canto

nutrimento e frammenti d’altri inverni

altra luce

bucce d’arancia sbucciate a spirale.

 

 

 

Ruminica, ri mmernu

 

Quariàri u latti

attintari u culuri

assummatu nna negghia

c’ammutta nne vitra ncapu ncapu

nzirtari u trimulizzu ‘u carcarazzu

ammucciatu nna vuci nna rrama

smammata tuttu nzèmmula

c’ancora annarbulìa

quariarisinni u pettu

pi chiddu c’un si viri e attrova locu

 

 

Domenica, d’inverno

 

Scaldare il latte

ascoltare il colore

che accumula la nebbia

premuta sopra i vetri

indovinare il tremore della gazza

nascosta nella voce nel ramo

lasciato di colpo

e che ancora vacilla

riscaldarsi il petto

per ciò che non si vede e trova posto

 

 

 

**

M’haiu nchiuiutu

nna sta parrata mpetra.

’Un m’accupari.

 

 

**

Mi sono chiusa

in questa lingua litica.

Non asfissiarmi.

 

 

 

 

 

ANTONIETTA TIBERIA

Antonietta Tiberia (Ceccano, FR,1941) si destreggia tra narrativa, poesia e traduzioni. Ha pubblicato Haiku per un anno bisestile, I racconti del ponte, Calpestando le aiuole, e 5 libri tradotti: dallo spagnolo (Di oggi, Omero prende solo il fiore, poesie di Mario Paoletti), dall’inglese Unspoken / Inespresso (poesie di Fahita Morchid), Jorge (poesie di Sotirios Pastakas) e Il mio nome è Bond (autobiografia di  Roger Moore), dal francese Astrologia araba (saggio di Catherine Aubier). Già redattrice della rivista letteraria «linfera», collabora con la rivista «Il Mangiaparole». Si diverte con i calligrammi.

 

IL GIAPPONE A ROMA E IN CIOCIARIA – SENRYU DIALETTALI

 

Nun serve côre…

– je dice er sorcio ar gatto-

nun ce sta trippa

 

Non serve correre

lo dice il topo al gatto:

ché non c’è trippa!

 

 

Er vino bbono

se bbeve a garganella-

alla salute!

 

Il vino buono

si beve direttamente dal fiasco-

alla salute!

 

Er pane fresco,

‘na fojetta de vino:

la mejo sorte

 

Il pane fresco,

mezzo litro di vino:

che c’è di meglio?

 

Attent’all’onghia:

si la té troppu ammollu

s’enquaqqarisci *

 

Stai attento all’unghia:

se la tieni troppo a bagno

diventa molle

 

Jirnata longa

i la fatia è assai-

gli solu abbrucia

 

Giornata lunga

e la fatica è tanta-

il sole brucia

 

Puzzupuzzelle

criciuste addonca sia

fau tutte rusci.

 

I papaveri

cresciuti in ogni dove

fan tutto rosso

 

So’ lampi i scrocchi –

acquata de staggione

cu pocu gocci

 

Fulmini e tuoni

acquazzone d’estate –

rade le gocce

 

Zoffia gli ventu –

je arraccollu lu mela

sbattute ‘nterra

 

Il vento soffia –

io raccolgo le mele

sbattute a terra

 

* la e    è muta, alla francese

 

 

 

 

 

PAOLO URAS

Paolo Uras, nato a Roma nel 1948 in Viale Trastevere, quando si chiamava ancora Viale del Re, da madre napoletana e padre romano. Diplomato all’ITI Galileo Galilei di Roma Perito Industriale Capotecnico; Ufficiale di Complemento nell’Arma di Cavalleria; vita professionale quasi interamente vissuta nel settore dell’Informatica. Coniugato; ha un figlio, che segue le orme paterne lavorando nell’Informatica. Da sempre appassionato di lettura, musica, sport, enigmistica e di teatro; spirito marinaro. Per chi volesse mettersi in contatto con lui, il suo indirizzo email è paolouras@libero.it.

 

’Na visita inattesa

 

Stavo quasi p’annà a letto,

‘nziem’a ‘n libbro pe diletto,

quanno sento ‘r campanello,

che me scòccia sur più bello.

 

Mó a quest’ora, chi è che bussa?

– Mamma mia! Ce sta Trilussa!

Sór Maé, che grande onore!

Già penzavo a ‘n seccatore… –

 

“Nun me dì che sei contento,

prima ascórtame ‘n momento!

Nun và a dì che sò ‘r tuo esempio,

si dell’Arte fai ‘sto scempio.

 

Tutt’ar più scéji ‘n poeta

che sia_arquanto anarfabbèta;

e pìja quello pe modello,

più vicino ar tuo livello!”

 

 

 

Auschwitz

 

Già davanti a li cancelli,

me se rizzano i capelli,

e sò preda de l’oróre,

mentre batte a mille er còre.

 

Quanta pòra umanità

è passata per de qua,

pe finì poi massacrata,

sola córpa: d’esse nata…

 

D’esse ‘n omo ci ho vergogna,

si pò esse sì carogna;

e ci ho gran difficortà,

si me ‘nviti a perdonà.

 

Fin’allora ‘n sapevamo

fin’a ddove arivavàmo:

tra le bestie la peggiore,

de noi ommini è migliore.

 

‘Sta tristezza che me pija,

me fa dì: “Fratelli mia,

come fà pe riparà,

ve vorèi tutti abbraccià.”

 

Si quarcuno v’ha aiutato,

troppi ahimè v’hanno affossato.

E ‘sto grido de dolore durerà,

fino alla fine dell’eternità…

 

 

La prima bucìa

 

“Quanno sarò morta,

nun piagnete pe mme,

perché me sò libberata.”

 

Così più de ‘na vòrta

me disse Mamma mia,

sentendose accorata.

 

– Mammì, – dicevo io -,

sarà quanno vò Dio…

Ma nu’ mme dì così:

comincio già a soffrì!

 

Perché devi sapé,

che quanno te n’andrai,

‘n dolore così forte

nun l’avrò sentito mai… –

 

“Vabbè, solo pe tte,

pe tte che sei ‘r mio amore,

la Mamma tua nun mòre…”

 

Dovevi d’arivà alla fine,

Mamma mia,

pe dimme finarmente ‘na bucìa…

 

 

‘A mùseca d’o mare

 

‘A mùseca cchiù bella ‘e tutte quante,

è quànno ‘ncòpp’a vàrca stó assettàto:

‘a vela, me pare ca mme canta,

e ‘o mare annànz’a mme, par’affatàto.

Có_‘o sóle_‘n_faccia ‘a próra,

e ‘o viénto ca mme sfiora,

s’arrecréa l’ànema mia,

e vénco ‘a malincunìa.

Nun vulésse mai murì,

ma si pròpio àdda fernì,

sarrìa_‘st’ora meno amara,

si cull’uócchie chìne ‘e mare…

 

 

Chiagnere p’ammóre

 

L’atu juórno ce simme rincuntrate,

dopp’ ‘n anno che c’èreme lassate.

Cómme tu m’hé visto m’hé chiammàto,

e ca stessa facc’e sèmpe hé dumandato:

“Da quanno che ‘st’ammóre se n’è gghiuto,

tu c’hé fatto: pe’ mmé, ‘hé mai chiagnuto?”

Che t’aggia dì,

‘st’ammóre primm’o ppo’ ‘eva fernì.

E io, me n’aggio fatte Chiante,

Barbera, e assàje Spumante…

 

 

 

 

 

 

PAOLO EMILIO URBANETTI

Paolo Emilio Urbanetti è nato a Rieti il 17 aprile 1955. Laureato in Filosofia, dopo gli studi è stato curatore e organizzatore di mostre ed eventi culturali e ricercatore d’archivio. È autore di saggi e studi di storia locale con particolare riguardo alla Tuscia viterbese e all’area della maremma tosco-laziale. È guida turistica dal 1999. La sua produzione poetica, in lingua italiana e dialetto romanesco, inizia nel 2015. . Nel 2020 è stato finalista allo Slam Italia e ha vinto il Premio Peppe Renzi, il Premio Scarpellino (sezione stornelli), il Premio Mario dell’Arco, il Concorso d’ammissione all’Accademia Romanesca e il Premio Giuseppe Gioacchino Belli. Alcune sue poesie sono comparse su Voce Romana e sul sito Poeti del Parco. Ha pubblicato due raccolte: Venti Sonetti Romaneschi (2017) e Poesie Romane (2020).

 

 

A ROMAN BLUES

 

Che vita da galera

che famo tutti quanti

la famo tre mijoni d’abbitanti

 

ciò scritto sopra ‘n blues

che poi n’è proprio ‘n blues

è ‘r blues de la città che ciò davanti

 

ciò ‘n testa Fela Kuti

le lacrime e li sputi

la gabbia che ce tiene a tutti quanti

 

nun se potemo move

cor Covid diciannove

la frebbe sta a riempì li camposanti

 

fanculo l’amuchina

nun ciò la mascherina

‘ndo cazzo vanno tutti sti passanti

 

mó tutti a comprà er pane

mó tutti cianno er cane

sei mesi e li cojoni se sò sfranti

 

macché macchinazzione

minchiate a profusione

ma quali esperti sò politicanti

 

li morti a trentamila

signò facci la fila

m’ariccomanno mettete li guanti

 

paura der domani

finì a lo Spallanzani

finì tra li poracci agonizzanti

 

e Roma s’è svejata

deserta e sgarupata

malata ne sti giorni allucinanti

 

speramo ner governo

pe’ superà st’inferno

sti quattro sordi dacceli contanti

 

seicento sò pe’ marzo

li pijo e m’ariarzo

li spenneremo a coca e tranquillanti

 

che cazzo ce ne frega

de noi frega ‘na sega

nun semo mica quelli benestanti

 

che poi sta quarantena

nun è la stessa scena

e ‘n conto sò sti buchi nauseanti

 

e ‘n antro è ‘n ber giardino

io manco ‘n terazzino

qui solo asfarto e cammere asfissianti

 

e allora canto ‘n blues

che poi n’è proprio ‘n blues

ma è fatto de vocali e conzonanti

 

parole in libbertà

che ancora sto a cercà

parole e verzi sempre più ‘gnoranti

 

e penzo a l’anticaje

ripenzo a le frattaje

a tutte le frattaje de li santi

 

che vedo ne le chiese

la gente a mani tese

le prega le frattaje de li santi

 

sò santi da poracci

com’era er poro Stracci

sò santi pe’ devoti e pe’ briganti

 

sò santi de borgata

Roma disinfettata

la gente s’accarezza tra li pianti

 

pianti de pora gente

che piagne e nun cià gnente

e piagne pure er poro miscredente

 

 

ANACREONTE

 

Anacreo’ sei vecchio

me dicheno le donne

c’è poco da risponne

lo vedo in delo specchio

 

Fiore de grotta,

t’ho vista che te credi, farabbutta

co’ Pino che facevi la mignotta

 

Fiore de cocco,

sta bono Anacreo’ co’ Pino er zecco

ierzera ho rimediato sto brillocco

 

Fior de mentuccia,

ner còre mio ‘na vorta hai fatto breccia

perché mó m’hai tradito Mariuccia?

 

Fior de cicoria,

sei vecchio Anacreònte, cambia aria

ciò ‘n ber moretto… è tutta n’antra storia

 

Quann’ero bono a dallo

nun ero bono a dillo

mó che sò bono a dillo

nun sò più bono a dallo.

 

 

 

ER VECCHIO PAPA

 

Ierzera ho visto er papa a San Marcello

davanti a quel’artare, in ginocchione,

pregà co’ la su’ santa devozzione

un crocifisso antico de massello.

 

Ve giuro sò rimasto ner vedello

annà pe’ via der corzo in pricissione

da solo, a zoppicà, co’ tre perzone…

m’ha fatta tenerezza, poverello.

 

Nun ciò gran confidenza co’ la fede

e a dilla tutta quanta, onestamente,

io credo solo a quello che se vede

 

però quer vecchio papa inginocchiato

pregà pure pe’ ‘n poro miscredente…

io, che ve devo dì, l’avrei baciato.

 

 

 

MAURIZIO ROSSI

Maurizio Rossi, nato a Roma nel 1952, è medico in pensione. Ama scrivere in lingua e in dialetto romanesco. Collabora con scritti e recensioni al sito poetidelparco.it; è nella redazione della Rivista “Periferie” diretta da V. Luciani e Manuel Cohen. è socio de “La Primula”, associazione tra volontari e famiglie di disabili, nella quale partecipa al laboratorio teatrale integrato e agli spettacoli. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Dal pozzo al cielo (2008), Tempo di tulipani (2009), Sono aratro le parole (2011), Che resta da fare (2014) e, in romanesco, Cercanno leggerezza (2015) e La veglia e il sogno (2019).

 

 

‘Na caramella

 

Me so’ affacciato, prima d’annà a letto

a la finestra, sur balcone ce stava

‘na vecchietta, teneva ‘n cappellone,

me fa, dice: “Te sei fatto vecchio,

sei diventato bono?” Io me sto zitto,

nun vojio dì bucìe, ma lei capisce,

me dà ‘na caramella, “Magara questa

t’addorcisce…” E scappa via.

 

6/1/21

 

 

A Giggi Proietti

  

Quanno ar Sistina spengono le luci,

s’accosta  er drappo rosso e se svòta

le poltrone, da quer cassone dietro

le quinte accantonato senti bussà.

‘Na luce, come ‘na corente

d’aria, soffia a spalancà er coperchio,

ma nun esce niente e nisuno.

Si te ce affacci drento, ce trovi

un lenzolone bianco, solo un lenzolo.

Quann’ecco che lo tocchi, te parla

“Ma lassa pèrde, ma chi te lo fa fa’”

Chiudi er coperchio e j’arisponni

“Grazzie!”

 

3/11/20

 

 

La memoria se scorda

 

Te manca a l’improviso ‘na parola

‘na faccia, er nome,  l’indirizzo,

de botto se spalanca ‘na finestra

drento ar cervello e l’aria malandrina

 

che ammischia la porvere e le foje

t’arovescia li cassetti ariempiti

co’ cura e passione tutti ‘st’anni.

Ciai provato a riparà li danni,

 

ma la finestra è antica e antichi

li cassetti. Te sarverà er progresso?

‘Sta tavoletta che chiameno “ai fone”

è credenzone che aricorda ‘n monno

 

ma bada e poni l’attenzione

che mentre ce stofini sopra er dito

pe’ aritrovà er percome, ciabbi

chiaro quello ch’hai da cercà.

 

27/9/19