Poeti in dialetto a Roma 2023 – il reading del 17 gennaio

Presso la Sala Italia dell’UNAR in via Ulisse Aldrovandi

 

Martedì 17 gennaio 2023 presso la Sala Italia dell’UNAR in via Ulisse Aldrovandi 16 si è svolto l’incontro e reading dei poeti nei dialetti d’Italia residenti a nella Capitale  promosso dall’Associazione Periferie e da Lend Roma con l’adesione dell’Unar (Unione Associazioni Regionali di Roma e del Lazio), dell’Associazione dei Sardi di Roma “il Gremio”, dell’Associazione Pugliese di Roma e della Famiglia Romagnola

Dopo i saluti di Vincenzo Luciani (Associazione Periferie), di Cristina Polli, responsabile del gruppo Lend di Roma e del Presidente dell’UNAR Antonio Maria Masia, Anna Maria Curci (Gruppo Lend Roma, redazione rivista “Periferie”) ha introdotto e condotto l’incontro.

Le letture dei poeti sono state intervallate da canti della tradizione popolare italiana del Nuovo Coro Popolare diretto dal M° Paula Gallardo Serrao.

Ed ecco i testi delle poesie del reading.

 

LEONE ANTENONE (dialetto romanesco)

 

Leone Antenone, detto Scartaccia, (Roma 1981) poeta e intrattenitore, ha pubblicato Granelli di Roma – Verso un Verso diVerso (2011), Er pallonaro (Ed. Cofine, 2014). Molte sue poesie sono pubblicate sul suo sito internet https://www.scartaccia.it. Si è cimentato nel genere della fiaba pubblicando nel 2016 Fili di Fantasia (Aracne).

 

 

Pene d’amor perdute

 

Zitto ner dorce svago d’un pensiero
penso a ricordi de cose volute
e sospiro all’amor de quer che ero:
tempo perduto de pene vissute.
Scoccodrillo lacrime mai avute,
amiche perse, a cui dono ogni bene
e soffro l’amor de pene perdute:
Vanità che scompare da le scene.
Perso l’amor e perdute le pene,
pena su pena, confesso leggero.
Triste racconto de cose terrene,
che perdo ancora che perdo davvero.
Caro amico, volute e godute,
pene d’amor che sò tutte perdute.

 

(poeticamente tratto da “Sonnet 30” di William Shakespeare)

 

 

Testamento

 

Cosa diranno a tutte ste versioni,
faranno un ber commento a quer c’ho scritto?
Spizzo er celo che appizza le illusioni
e intanto sogno e scrivo zitto zitto.
Scrivo dell’occhi che m’hanno trafitto,
conto le grazie de sto ber tesoro.
Mento a me stesso però tiro dritto:
“Nun luccica sortanto quer ch’è d’oro!”
Chissà se ste scartacce, quanno moro,
saranno solo carta pe straccioni;
versacci da buttà senza decoro
o versi belli pe facce canzoni.
Ner dubbio scrivo e rimo d’emozioni
e te rivivi in ste composizioni.

 

(poeticamente tratto da “Sonnet 17” di William Shakespeare)

 

 

 

BRUNO CIMINO (dialetto calabrese)

 

Scrittore e giornalista è nato a Tropea e vive a Roma. Ha pubblicato: Inchiostro di sangue (Syntesis Editore, Milano 1980), Riflessioni (Edizioni Nuovi Autori, Milano 1985), Ragioni e Intuizioni (Edizioni M.L.P., Roma 1990), Tropea perla del Tirreno (Edizioni Pubbliprint, Roma 1993), Misantropie (Trophaeum Edizioni, Roma 2001), Amo la mia terra (Trophaeum Edizioni, Roma 2002), Immagini di Tropea (Sallustiana Editrice, Roma 2002), Gurnéa (Meligrana Editore, Tropea 2009), Storia di Tropea a fumetti (Meligrana Editore, Tropea 2011), I cosi quandu si cùntunu pàrunu nenti – Le disgrazie, quando si raccontano, sembrano niente (Meligrana Editore, Tropea 2017), Esortazioni (Meligrana Editore, Tropea 2018), Racconti tropeani (AAVV – Meligrana Editore, Tropea 2019), Liberi Tutti – Diario Covid19 (Meligrana Editore, Tropea 2020), Storia di Cupido e sopravvivenza degli animali dopo la morte (Meligrana Editore, Tropea 2020), Poesie Indipendenti (Amazon, 2021).

 

Dal libro Poesie Indipendenti

 

U Natali a Trupèa

 

A mea non mi piaci Meri Crismas

preferisciu Bonnatali

picchì certi paroli non sannu a dimenticari.

E ’nta stu casu ndi fannu ricordari

ca i zìppuli s’hannu a preparari.

 

E comu quandu ca sarrea oggi

mi piaciarrea u mi sentu dumandari:

«Comu ti fici màmmata? C’alici o cu l’uvapassa?»,

chi dumanda! «C’alici, cu l’uvapassa e puru cu tunnu!»

 

Vogghju mu haiu ancora l’oduri d’uncènzu

d’intra e naschi mei

mentri nc’è a missa ’nta cresia di Gesuiti

e a genti è tutta ’nzemi, ricchi e povirei.

 

Non mi piaci mancu Eppi Niù Ìa

preferisciu Bonannu:

m’asciàlu cu dui tric trac

e su cuntentu ca u cielu è chinu i stelli.

 

«Chi ti portò a Befana?

carbuni o cosi boni?».

«Nu pocu e nu pocu».

Dumani si torna a scola,

e ghjà no nc’è u vrascèri cu focu!

 

Finìru i festi,

si dìssiru i missi

e chìu chi volèa u vi dicu

mo vu dissi.

 

Il Natale a Tropea – A me non piace Merry Christmas / preferisco Buon Natale / perché certe parole non si devono dimenticare. / E in questo caso ci fanno ricordare /che le zeppole si devono preparare. / E come se fosse oggi / mi piacerebbe sentirmi domandare: / «Come le ha fatte tua madre? Con le alici o con l’uva passa?» /che domanda! «Con le alici, con l’uva passa e anche con il tonno!» / Voglio sentire ancora il profumo dell’incenso / dentro le mie narici / durante la messa nella chiesa dei Gesuiti / e la gente è tutta insieme, ricchi e poveri. / Non mi piace neanche Happy New Year / preferisco Buon Anno: / mi diverto con le bombette / e sono contento che il cielo è pieno di stelle. / «Cosa ti ha portato la Befana? / carbone o leccornie?» / «Un po’ e un po’.» / Domani si torna a scuola / e lì non c’è il braciere col fuoco! / Sono finite le feste / sono state celebrate le messe /e quello che volevo dirvi ora ve l’ho detto.

 

 

U piscatùri

 

L’undi

s’izàvanu gioiùsi

e parèa panna chìa schiuma janca

subba e scogghji cu lippu.

Gotaliàvunu

gabbiani cu l’ali griggi

’nto cielu senza nùvuli.

Si ricogghjèa u piscatùri

stancu

ca lampara ancora appicciata,

trasèa ‘nto portu.

No ghjìu mala a piscàta:

na para i pruppi

assài sicci e calamàri

nobili pisci cu tri cori.

Menti i falanghi,

pàssanci u sivu,

tira a varca falla scifulàri,

posa i remi,

sciacqua i tavuli, annetta i pagghiòli,

e menti i pisci ’nta cannistra.

Aspettanu i ricattèri

a vìndita all’incantu:

cu offri di chjù e cui di menu.

U piscaturi pensa si ‘nci cumbèni

ma sapi ca si si teni

ammucciùni l’avi a vandiàri

ca mo sta pisca cusì

non si poti chjù fari.

Pigghja a statèa

e pisàmu sti pisci,

– nu ricatteri ‘nci dicea -,

no criu ca tindi futti,

jà, vindi ca accattamu

cusì facimu a jornata nu pocu tutti.

Comu si dici: né pi tea e ne pi mea.

 

 

Il pescatore – Le onde / si alzavano gioiose / e sembrava panna quella schiuma bianca / sugli scogli lipposi. / Volteggiavano / gabbiani dalle ali grigie / nel cielo blu senza nuvole. / Rientrava il pescatore /stanco / con la lampara accesa / entrava nel porto. / Non è andata male la pesca / due polipi, / tante seppie e calamari / nobili pesci con tre cuori. / Metti le falanghe, / spalma il grasso, / tira la barca falla scivolare, / sciacqua le tavole, pulisci le fessure della chiglia / e metti il pescato nella cesta. / Aspettano i rigattieri / la vendita all’incanto: / chi offre di più e chi di meno. / Il pescatore pensa se gli conviene / ma sa che se non li vende così / li dovrà bandire lui di nascosto / poiché questa modalità di pesca ora è vietata. / Prendi la stadera / e pesiamo i pesci / – gli diceva un rigattiere – / non credo che non sei interessato, / dai, vendi che noi comperiamo / così tutti ci guadagniamo la giornata. / Come si dice: né per te e né per me.

 

 

 

NICOLETTA CHIAROMONTE (dialetto romanesco)

 

Nata a Roma dove risiede, si è impegnata nella ricerca e nell’esecuzione di brani musicali della tradizione. Ha fatto parte del trio “Campus Stellae” che eseguiva brani musicali della Galizia. Si è interessata in seguito alla musica tradizionale di Roma, di Napoli, della Sicilia, partecipando a numerose manifestazioni in qualità di cantante e chitarrista. Nel 2018 conquista il Primo premio dell’ottava edizione del concorso “Vincenzo Scarpellino” (poesia e stornelli inediti nei dialetti del Lazio). Nel 2019 ha vinto il primo premio nella sezione poesia dialettale del concorso “Mille papaveri rossi”, si è classificata tra i finalisti nella XXIX edizione del premio letterario internazionale “Città di Pomezia” ed ha ricevuto la menzione speciale della giuria nella X edizione del concorso nazionale di poesia dialettale “Vie della memoria – Vittorio Monaco”. Nel 2020 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie in romanesco Ale a volà-Ali per volare (SBE Edizioni)

 

 

Le ruote del carretto

 

Libera traduzione in romanesco del testo “los ejes de mi carreta” del cantautore argentino Atahualpa Yupanqui.

 

Sona la ruzza all’asse der caretto.

Manca l’onto a le rote, che l’ammolla.

La gente dice: “Ingrassele, che assilla

sto cigolà!” Ma io nun me c’affretto.

 

Mejo er sono affiochito de le rote

come fiato de fischio o d’organetto

p’accompagnà er camino der caretto,

che no er silenzio de le strade vote.

 

Gira la rota, in mezzo a la campagna.

Sempre la stessa pesta sur sentiero.

Si nun ce sta chi a fianco t’accompagna

boja silenzio ammorba ogne penziero.

 

Sona la ruzza, sona pe’ dispetto.

Sfrega la morza er giogo de metallo.

È la voce arrochita der caretto,

e nun me dice core d’ingrassallo.

 

Suona la ruggine alle assi del carretto. / Manca il grasso alle ruote, che le lubrifica. / La gente dice:” Ingrassale, che infastidisce / questo cigolio”. Ma io non mi affretto. // Meglio il suono fioco delle ruote, / come alito di fischio o di organetto / per accompagnare il cammino del carretto / piuttosto che il silenzio delle strade vuote. // Gira la ruota nella campagna. / Sempre la stessa impronta sul sentiero. / Se non c’è nessuno che ti accompagni / il silenzio infame ammorba tutti i pensieri. // Suona la ruggine, suona per dispetto. / Sfrega la morsa il giogo di metallo. / E’ la voce arrochita del carretto / e non ho voglia di ingrassarlo.

 

 

Migranti

 

Soffre de nostalgia

chi ha trovato ricetto laggiù, in fonno.

Smania che vo tornà.

E er piagne sordo se lo porta er vento.

L’onna der mare,

che conosce li morti a uno a uno

e ha sentito er lamento,

s’affonna, se li abbraccia,

li bacia su le mano e su la faccia,

je scancella dar core la tristezza.

Doppo torna a allungasse su la rena

come un sospiro,

come ’na carezza.

 

Soffre di nostalgia / chi ha trovato ricovero laggiù in fondo. / Smania perché vuole tornare / E il piangere sordo se lo porta il vento / L’onda del mare / che conosce i morti uno a uno / e ha sentito il lamento, / si affonda, se li abbraccia, / li bacia sulle mani e sulla faccia, / cancella loro dal cuore la tristezza. / Poi torna ad allungarsi sulla sabbia / come un sospiro, / come una carezza.

 

 

L’olivo

 

Aranca, pare stroppio

l’arbero dell’oliva,

’ndo che se fa più rado

er filare dell’uva,

e ce s’aggrappa

un pampino de sole.

Nun patì, fijo,

che me s’addorme

drent’ar petto la voce.

(che nenia ho da cantà?)

So colmati li coppi

in pizz’ar tetto.

Già la fiamma è attizzata.

Senti, che scrocchia er ciocco?

E a petto ar campo

già s’aggrava de frutta

l’arbero dell’oliva.

Procura d’annacquallo

quanno è arsa la tera.

E scallelo cor fiato

quann’è inverno.

 

Sembra muoversi con fatica, come uno storpio / l’ulivo / là, dove si fa più rado / il filare dell’uva / e ci si aggrappa / un pampino di sole.  / Non soffrire, figlio, / che mi si addormenta / la voce in petto. / (quale nenia dovrei cantare?) / Sono colmati i coppi / in cima al tetto / È già attizzato la fiamma. / Senti? La legna crepita. / E di fronte al campo / già si appesantisce di frutti / l’ulivo. / Abbi cura di annaffiarlo / quando è arsa la terra. / E scaldalo col respiro / quando è inverno.

 

 

 

MARIA PINA CIANCIO (dialetto lucano)

 

Maria Pina Ciancio, di origine lucana è nata in Svizzera nel 1965 e dopo aver vissuto in Basilicata, si è trasferita da circa tre anni nella zona dei Castelli Romani. Viaggia fin da quand’era giovanissima alla scoperta dei luoghi interiori e dell’appartenenza, quelli solitamente trascurati dai grandi flussi turistici di massa, in un percorso di riappropriazione della propria identità e delle proprie radici. Ha pubblicato testi che spaziano dalla poesia, alla narrativa, alla saggistica. Tra i suoi lavori più recenti ricordiamo Il gatto e la falena (premio Parola di Donna, 2007), La ragazza con la valigia (Ed. LietoColle, 2008), Storie minime e una poesia per Rocco Scotellaro (Fara Editore 2009), Assolo per mia madre (Edizioni L’Arca Felice, 2014), Tre fili d’attesa (LucaniArt 2022). Ha ricevuto svariati premi ed è inserita in antologie e riviste di settore. Dal 2007 è presidente dell’Associazione Culturale LucaniaArt.

 

 

Cinque poesie in dialetto lucano

(dicembre 2003)

 

Stanotte ma scipperu
e a jtteri i cani
a rarica du coru

e pu mi ni vuleri j
mienz a na via
pisula e liggera
cum a niva

 

Stanotte me la strapperei / la radice del cuore / e la getterei ai cani // poi me ne vorrei andare/ per la strada/ soffice e leggera come neve

 

*

 

Quista ca vene ie’ na nuttata amara
cum’u felu
ma nun è Pasca ancora
Angiulina nun ha fattu
né u currieddu
né i crispedd
dinta a cista nova

 

Questa che viene /è una nottata amara / come fiele / ma non è Pasqua ancora / Angiolina non ha fatto né “u currieddu”/ né “i crispedd”/ nella cesta nuova

 

*

 

P’mi scippá stu mali i capi
mamma meia jetta acqua e sale
pa’ finestra
e pu mi stringe u core
(cummu nu’ vagnonu)
nda nu maccaturu
jango e duciu
cum i piettini du melu

 

Per strapparmi questo mal di testa / mia madre getta acqua e sale /dalla finestra / e poi mi stringe il cuore / (come un bambino) / dentro un fazzoletto bianco e dolce / come i pettini del miele

 

*

 

Chiove
e pure se m’ammogghiu sul a capa
affunnu cu tutta a scorza
a inta u simminatu

e i frunn ancora russe
i luna china

 

Piove / e pure se mi bagno solo il capo / affondo col corpo intero / dentro il seminato // e le foglie ancora rosse / di luna piena

*

Tenimi supa i cunucchi
cum na vota
quann ieru vagnona

e a capa senza pinsieri
si ni ia nda na storia luntana

addu j eru cicata
e nisciunu muria

 

Tienimi sopra le ginocchia / come un tempo / quand’ero bambina // e la testa senza pensieri / si perdeva in una storia lontana / dove io non sapevo  / e nessuno moriva

 

(inediti, dicembre 2003)

 

 

DAVIDE CORTESE (dialetto siciliano eoliano)

 

Davide Cortese (Isola di Lipari, 1974) ha pubblicato la sua prima silloge poetica, ES, nel 1998. Sono seguite le sillogi: Babylon Guest House, Storie del bimbo ciliegia, Anuda, Ossario, Madreperla, Lettere Da Eldorado, Darkana, Vientu (una raccolta di poesie in dialetto eoliano) e Zebù bambino, un poemetto sull’infanzia del diavolo. Nel 2015 Davide Cortese ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “Don Luigi Di Liegro” per la Poesia. È autore del romanzo Tattoo Motel, di due raccolte di racconti: Ikebana degli attimi e Nuova Oz, della monografia I Morticieddi – Morti e bambini in un’antica tradizione eoliana e della fiaba Piccolo re di un’isola di pietra pomice. Ha inoltre curato l’antologia-evento YOUNG POETS * Antologia vivente di giovani poeti al Teatro Aleph di Roma, GIOIA – Antologia di poeti bambini (Con fotografie di Dino Ignani) e Voce del verbo vivere Autobiografie di tredicenni.

 

 

Eolianu

 

Appartiegnu e cieusi russi, e fìlici, a raggìna.

Sugnu da fògghia tunna du càppiru,

du jancu e viola du ciùri sua.

Sugnu da salamìda e du vulcanu.

Appartiegnu o suli,

a rina nìura, o mari, a medusa,

a pùmmici c’un affunna,

all’ossidiana chi tratteni u scuru.

All’isuli mia, o blu.

Iò appartiegnu o blu.

Appartiegnu o luci,

a stati, e ruvetta, e muri.

 

Appartiegnu o vientu,

a chiddu c’on mori.

 

Eolianu

Appartengo ai gelsi rossi, alle felci, all’uva.
Sono della foglia tonda del cappero,
del bianco e viola del suo fiore.
Sono del geco e del vulcano.
Appartengo al sole,
alla sabbia nera, al mare, alla medusa,
alla pomice che non affonda,
all’ossidiana che trattiene il buio.
Alle mie isole, al blu.
Io appartengo al blu.
Appartengo al fuoco,
all’estate, ai rovi, alle more.

Appartengo al vento,
a ciò che non muore.

 

 

L’organiettu i Giacuminu

 

Nto silenziu chi c’è ora supr’ e fuògghi

d’un viuòlu virdi i Quattrupàna

è ammucciàtu l’organiettu i Giacuminu

e a vuci sua di giganti buonu

chi chiama o cani Babbicieddu

e arrìdi e carusìcchi co salùtanu.

Ammucciàta nta stu silenziu d’ora

è dda musica sua sapuritedda.

Addiu cristianàzzu duci.

Sona cu vientu,

ca vientu sì ora:

passi ’nte ruvetta e un ti punci.

 

L’armonica di Giacomino

 

Nel silenzio che c’è adesso sulle foglie

di un viottolo verde di Quattropani

è nascosta l’armonica di Giacomino

e la sua voce di gigante buono

che chiama il cane Babbicieddu

e sorride ai bambini che lo salutano.

Nascosta in questo silenzio d’adesso

è quella sua musica graziosa.

Addio omone dolce.

Suona col vento,

ché vento sei ora:

passi tra i rovi e non ti pungi.

 

 

Zù Claudiu

 

Zù Claudiu,

Gagliàrdu,

unni ti lùcinu l’uocchi?

Un u seppimu mai

chiddu chi ci dicìsti o mari.

Ristò luntànu

a bbrazzàta chi nni putìamu dari.

Insiemi un arridìmmu cchiù.

Parià tantu u tiempu c’aviumu

e inveci un era nenti.

Nni pigghiò pi fissa a vita.

Fummu babbi a cridìrinni eterni.

 

Zio Claudio

 

Zio Claudio,

Gagliardo,

dove brillano i tuoi occhi?

Non l’abbiamo mai saputo

quello che hai detto al mare.

E’ rimasto lontano

l’abbraccio che avremmo potuto darci.

Insieme non abbiamo più riso.

Sembrava tanto il tempo che avevamo,

e invece non era niente.

Ci ha presi in giro, la vita.

Siamo stati stupidi a crederci eterni.

 

 

 

ROSARIA DI DONATO (dialetto romanesco)

 

Rosaria Di Donato è nata a Roma dove vive. Laureata in filosofia, ha pubblicato cinque raccolte di poesia: Immagini, Ed. Le Petit Moineau, Roma 1991; Sensazioni Cosmiche, Ed. Le Petit Moineau, Roma, 1993; Frequenze D’Arcobaleno, Ed. Pomezia-Notizie, Roma 1999; Lustrante D’ Acqua, Ed. Genesi, Torino 2008; Preghiera in Gennaio, Ed. Macabor, Francavilla Marittima (CS) 2021.

 

 

stella a fontana de’ trevi

 

prodiggio

’na stella è cascata

ner granne vascone

 

se cheta er penziero

e sboccia ner core d’ ignuno

’na grann’ emozzione

 

è come ’n filo d’ arianna

che ’nsegna a chi persa

ha la via

a trovanne ’na nova

 

’na strada ’nfinita

tra tutte ste viuzze der monno

che gireno gireno ’ntorno

ma mai nun ariveno

 

indove ce sta

’na raggione

 

*

 

se pò fà

 

se pò fà disse la luna

ar sole che sbrilluccicava

io esco de giorno

e tu spunti de notte

così tanto pe cambià

tu ciavrai pe compagne

l’artre stelle e invece io

vedrò le nuvole leggere

piagne cor vento

e li mille colori

de’ l’arcobaleno

 

j’arispose er sole

tu me stai a propone

un antro turno

’no scambio der giorno

co la notte pe confonne

le cose de sto monno

embè disse la luna

pò èsse che scambianno

li fattori er risultato

sia tanto sorprennente

da mutà er còre de la gente

 

*

 

er zinale

 

er zinale compagno de ’na vita

nun poi buttallo via com’acqua zozza

 

già da l’asilo lo portamo addòsso

poi crescenno cambia forma

 

colore ma in millanta lavori

ciaccompagna

 

sarva l’abbito è quasi na divisa

le mano te ce strusci pe pulille

 

ce ’nfili penne forbicette

carammelle attrezzi

 

tutto quello che vòi

eppuro nun ciavevi mai penzato

 

er zinale zozzo pulito quadrettato

ricconta a tutti quanti quer che fai

 

e poi embè lo sai

si vai ar mulino

s’infarina

 

 

 

STEFANIA DI LINO (dialetto romanesco)

 

Vive a Roma. Allieva di Pericle Fazzini, è docente abilitata per l’insegnamento d Discipline Plastiche ed Educazione Visiva per gli Istituti Superiori. Organizza e cura eventi artistici ed è membro di giuria in diversi concorsi letterari. Nel 2012 aderisce e partecipa al World Poetry Movement con la Palabra en el Mundo in diverse edizioni. Nel numero n. 61 della rivista internazionale di poesia Italia/USA, “Gradiva”, Plinio Perilli scrive un breve saggio sulla sua scrittura. Pubblica: nel 2012 la silloge Percorsi di vetro, per DeComporre ed. Gaeta, con la prefazione di Agnese Moro, il poemetto La parola detta per La Vita Felice,  Milano; nel 2017, con la prefazione di Cinzia Marulli, Il corpo del padre, Le Gemme, Progetto Cultura, 2021, con un saggio critico di Anna Maria Curci. In uscita una sua quarta pubblicazione.

 

 

Roma de notte

 

Le strade a Roma de notte cianno il passo de li topi di fogna

er gesto rapace dei cravattari

dinastie avvezze a succhià er sangue

anatomisti perfetti

perbenisti de successo di reputazione

di fama di stima

iscritti alla corte de li grandi esattori

cortigiani che leccheno ner piatto de li potenti

caveno sangue dalla giugulare da’ povera ggente

e la domenica pranzeno con l’argento lucidato

estirpato dall’urtimo cadavere sezionato

insieme a un dente d’oro da porta’ in fonderia

per un brillocco fresco fresco de gioielleria

 

le strade de notte a Roma

cianno er pelo sullo stomaco

un pelo sporco randagio

inzuppato tra li cartoni umidi intrisi de piscio

e se riflettono nella pupilla dilatata de li gatti

perché Roma de notte è ’n Gatto Mannaro che dorme co’ ’n’occhio solo

all’erta per li passi esartati

pe’ li gesti nervosi agitati

perché co’ le piste de cocaina

ce fanno la linea di mezzeria

tra Campo de’ Fiori e Laurentina

Roma è tutto ’no spaccio

e c’è ’na bestia acquattata

sul fondo limaccioso del fiume

na’ bestia pronta allo stupro

perché le strade cianno occhi

che attraversano er buio

e spira ’n vento

un alito cardo sudato sul collo

e dell’amante ti ritrovi una mano tra i capelli

e l’artra nelle mutande

dietro li portoni dei vecchi palazzi

gli amanti affamati strapazzeno capezzoli

e d’amore so’ pazzi

soprattutto d’estate l’amanti clandestini so’ bestie assetate

sotto le campate de li ponti

o tra le siepi de piazza Mazzini

 

a Roma sulle strade di notte

scivolano topi e bisce sui sampietrini

diretti in udienza al Vaticano

perché Roma è un posto losco strano

e a guarda’ bene

le cupole so tutte alla rovescia

e c’è un patto stretto tra er Sopra e er Sotto

pure Carminati l’ha detto

per questo Roma di notte è un delitto perfetto.

 

 

 

AURORA FRATINI (dialetto Sambuci, RM)

 

Nata a Roma nel 1961, è laureata in Lettere ed è presidente dell’Associazione Culturale Terzo Millennio di Sambuci. È autrice e regista di 7 commedie in dialetto e 13 in lingua. Per l’Archivio Storico di Poste Italiane ha collaborato a diverse pubblicazioni, alla catalogazione di testi storici, alla realizzazione del fondo storico-fotografico dell’azienda e al recupero di reperti rari e antichi. Si è classificata al primo posto al Premio di poesia e stornelli inediti nei dialetti del Lazio “Vincenzo Scarpellino” nelle edizioni 2011 e 2014; seconda classificata, al concorso nazionale “Salva la tua lingua Locale” 2014; prima classificata nello stesso nell’edizione 2015. Per le rappresentazioni di carattere storico Donne del Risorgimento (nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia) e La parola segreta era “Elefante” (nel 70° della Liberazione di Roma) ha ricevuto l’Alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica Italiana.

Nel 2018 ha pubblicato la raccolta poetica Aqquantu (All’improvviso), Edizioni Cofine

 

 

Sallurenzu

 

Esso che m’areve’

mezz’a sta mezzastate

mea che ’nzenne sta’,

mmezz’ assemate stelle

sciuricate jòppe loco

’n lugliu porverosu.

E bomme, dicii,

pariinu angiuli arebbellati

angiuli arettummulati

e nui pettera

abbugliuriti ’rdiaveli ’nvilici.

All’andrasatta tu

mo’ca finitu

’e piagne troni i’ celo

m’areve’

p’areschiariamme l’anema,

comme quanno aresciaquii

foglie ranni ’elle ficoramele

e ce facii i’ picchieru

’ndo’ ciaremutii l’acqu’e fiume

che mo’ m’avi’mbarato a vareca’.

M’areve’e me ridi,

Patre meo,

dagl’ucchi’e sorva acerva,

me leva’ a sete ’ngora

agliu calece friscu ndo’ bivii

a dulende Storia egl’ommini

che sulo tune, loco all’appacino,

sapii doce doce annovella’.

 

SAN LORENZO – Ecco che mi ritorni, / nel mezzo di questa mia / mezza estate che sta scemando, / tra le sudate stelle / scivolate giù alla rinfusa / da un luglio polveroso. / Le bombe, dicevi, / sembravano angeli ribelli / angeli precipitati, / e noi sulla terra, / umiliati demoni infelici. / All’improvviso tu / ora che ha finito / di piangere tuoni il cielo / mi torni / per risciacquarmi l’anima / come quando lavavi / grande foglie di fichi mielati / per farne il bicchiere / in cui travasavi l’acqua del fiume / che appena mi avevi / insegnato a attraversare. / Mi torni e mi sorridi, / Padre mio, / dagli occhi di sorba immatura / ancora a dissetarmi / al fresco calice da cui bevvi / la dolente Storia degli umani / che solo tu, lì nella zona ombrosa, / sapevi dolcemente novellare.

 

 

Matre

 

’O batte batte batte

ella sedòla

’ngantu ’ndicu

comme de rosignolu,

addore ’e guazza

cologna ’e pampora

vocca de papambora

ucchi de celo

capigli pe ruzza’

na bella pezza.

E i’ sonno pe’ sonna’.

I grembu teo ’e zinne

’e mele latte e rose.

All’andrasatta tu

c’annazzechi a criatura

’ndramente t’addimammi

comm’a fattu

si propo tu si’ stata

a fa’ ssa cosa vera

che te fa ride ’nzemmora

e fa piagne.

E batte batte batte la sedola,

mo’, che si’ femmona fatta

che si’ Matre si’ Ddio.

E batte batte batte la sedola.

Ssa cemece

c’angora ’nde gognosce

’nge sende

de vulesse appenneca’.

 

MADRE – Il battere cadenzato / della sediola / un canto antico / come di usignolo / odore di umido / profumo di pampini / bocca di papavero / occhi di cielo / capelli per giocare / a lungo. / E il sonno per sognare. / Il grembo tuo le mammelle / di miele latte e rose. / All’improvviso tu / che dondoli la creatura / mentre ti chiedi / come hai fatto / se proprio tu sei stata / a far questa cosa vera / che ti fa ridere e piangere / al contempo. / E batte batte batte la sediola, / adesso, che ti sei fatta donna / che sei Madre sei Dio. / E batte batte batte la sediola. / Questa cimice / che ancora non ti conosce / non intende / di volersi addormentare.

 

 

Prighiera

 

Patrenostru

damme o’ pa’ ’ella dine

vigliu teo,

che straccumortu carpo alla ter’egliu celo

ndo’ sta’ tune.

Dammegliu ’o pane teo

ch’assorve e che pirdona

che de essa ’ngora addora

davendro a ssa baracca

dagliu nome teo sandificata.

Patrenostru,

a ssa’ calla de’state

’ndo e’ cicare so’ stracch’ello canda’

’e bestie stracche e pascula’

’a mundagna senza sape’ ndo i’

e io straccu ’e nu muri’,

dammegliu ’sso pa’.

Mo’ che i’ tembo segna a partenza

mo’ che sto ’nvaccia agliu murittu

che s’affatta agl’ortu teo.

Patre,

i’ sole da passo alla sera

porteme agliu furnu

ndo’ sendu ’e va’ cantennu

amata mea

allo sfurna’ pegl’angiuli.

Benedici s’urdimu pa’

portame alle mani see

’nvarinat’e nuvoli.

E cuscì sia.

 

PREGHIERA – Padre nostro / dammi il pane quotidiano, / il tuo, / che faticosamente strappo / alla terra del cielo / dove tu sei. / Dammelo il tuo pane, / che redime e perdona, / che ancora odora di lei, / in questa vecchia casa / santificata dal nome tuo. / Padre nostro / nella calura dell’estate / dove le cicale sono stanche di cantare / le bestie stanche di pascolare / i monti senza meta / e io stanco di non morire, / dammelo questo pane. / Ora che il tempo segna il distacco / ora che sono di fronte al muretto / che affaccia sul tuo orto. / Padre, / il sole cede posto alla sera, / conducimi al forno / dove sento va cantando / la mia amata / mentre sforna per gli angeli. / Benedici quest’ultimo pane / portami alle sue mani / infarinate di nuvole. / Così sia.

 

 

 

ROSANNA GAMBARARA (dialetto marchigiano)

 

Nata a Urbino dove ha studiato, si è laureata in lettere classiche ed ha insegnato qualche anno, prima di trasferirsi a Roma, dove attualmente vive e dove ha continuato ad insegnare. A seconda dei momenti e delle esigenze espressive scrive poesie in lingua o nel dialetto di Urbino. Ha vinto premi o si è classificata tra i finalisti e in posizioni di merito in concorsi di poesia in lingua e in dialetto (premio Rodolfo Mazzola, Premio Renzo De Scrilli, Premio nazionale Ischitella, Premio Zirè d’oro, Premio Poesia Onesta, Premio Versante Ripido, Premio Fara excelsior, Premio Gozzano, Premio Di Liegro, Premio Bologna in Lettere, Premio Arcipelago Itaca, Premio Giorgi).

Sue poesie compaiono su cataloghi d’arte, riviste cartacee e on line ( Poetarum Silva,Versante  Ripido, Carte Sensibili)  è presente su «Navigare» n. 9, Pagine 2016; nell’antologia  Poeti neodialettali marchigiani, Versante 2018in  Marche, omaggio in versi, Bertoni 2018;  in  Il soffio delle parole, Versante 2018; in Il coraggio di scrivere, Versante 2020; in Novanta9, IAED 2018, 2019, 2022. Ha pubblicato Hysteron proteron, Pagine 2016; Dedlà, Bertoni 2019.

 

 

1 – Parol 1 (la parola sparitta)

 

Le studierem devoti e stupefatt

come le trecc’ dla kore

o el ris etrusch del dio

o el sen nud e le artort bisc’ dla potnia.

 

In tun dedlà futur

le esumerem

da l’archeologia dormient

di disionari

carpirem el lor fiat amaliator

sa i occhie chius

e el son ce rapirà

come l’Arios dolent

o com l’Agnus Dei dla Messa in si minor.

 

1 bis – Parole (la parola sparita)

 

Le studieremo devoti e stupefatti

come le trecce della kore

o il riso etrusco del dio

o il seno nudo e le ritorte bisce della potnia.

In un di là futuro

le esumeremo

dall’archeologia dormiente

dei dizionari

carpiremo il loro fiato ammaliatore

con gli occhi chiusi

e il suono ci rapirà

come l’Arioso dolente

o come l’Agnus Dei della Messa in si minore.

 

 

2– Parol 2 (la parola ch’se nega) (poesia petrosa)

 

En sprofondate dentra el gargaross

una a una pian pian sensa rumor

le parol oramai, cle pcin cle gross

cle alegre cle bagnate de dolor.

 

M’en armaste incastrate dentra el goss,

e tla lingua c’è adess sol un sapor

de gnent. Vria parlè, vria dì, ma en poss

mova la bocca. Perché dentra el cor

 

da qualca part s’en persi i sentiment.

E’ com s’c’avessa un gnocch gross de cement

maché. E ti meandre del cervell

 

i pensier en san piό. trovè la porta.

El sens s’è liquefatt, en c’è piό. ‘nvell.

E so viva, mo è com se fossa morta.

 

2 bis – Parole 2 (la parola che si nega) (poesia petrosa)

 

Sono sprofondate dentro il gargarozzo

una ad una pian piano senza rumore

le parole oramai

quelle piccine quelle grosse

quelle allegre quelle bagnate di dolore.

Mi sono rimaste incastrate dentro la gola

e sulla lingua c’è adesso solo un sapore di niente.

Vorrei parlare vorrei dire

ma non posso muovere la bocca.

Perché dentro il cuore

da qualche parte si sono persi i sentimenti.

E’ come se avessi un grosso gnocco di cemento qui.

E nei meandri del cervello

i pensieri non sanno più trovare la porta.

Il senso si è liquefatto

non c’è più da nessuna parte.

E sono viva

ma è come se fossi morta.

 

 

3 – Parol 3 (la parola ch’se fa poesia)

 

Dentra le brum

d’la luc’

c’arfiorisc lenta

ancora dormne le parol

avolt torn ma i ogett

penetrat tel cor nud intim di concett…

aspettne el vent

ch’le alsa in vol

ch’ le fa

tl’ombra o tel sol

coriandol foi fior lucciol pium…

 

3bis – Parole 3 (la parola che si fa poesia)

 

Dentro le brume

della luce

che rifiorisce lenta

dormono ancora le parole

avvolte intorno agli oggetti

penetrate nel cuore nudo intimo dei concetti…

aspettano il vento

che le alzi in volo

che le faccia

nell’ombra o nel sole

coriandoli

foglie fiori lucciole piume…

 

 

 

MARIA LENTI (dialetto di Urbino)

 

Maria Lenti è nata e vive a Urbino. Docente di lettere fino al 1994, anno in cui è stata eletta (e rieletta nel 1996 fino al 2001) alla Camera dei Deputati per Rifondazione Comunista. Suoi saggi, recensioni, interventi si trovano in volumi collettanei, in riviste e su quotidiani. In Effetto giorno, 2012, ha raccolto gli scritti di tenore culturale e politico; in Cartografie neodialettali, 2014, quelli sui poeti neodialettali. Ha pubblicato: poesie: Un altro tempo, 1972, Albero e foglia, 1982, Sinopia per appunti, 1997 (2° all’ “Alpi Apuane”), Versi alfabetici, 2004, Il gatto nell’armadio, 2005, Cambio di luci, 2009 (finalista al “Pascoli”), Ai piedi del faro, 2016, Elena, Ecuba e le altre, 2019 (3° al PontedilegnoPoesia 2019), Arcorass Rincuorarsi, 2020; racconti: Passi variati, 2003, Due ritmi una voce, 2006, Giardini d’aria, 2011, Certe piccole lune, 2017 (premio “narrabilando”/ Fara Editore); gli studi Amore del Cinema e della Resistenza, 2009, In vino levitas. Poeti latini e vino 2014; varie plaquettes d’arte: ultima, quella di Vivarte Beatrice e le altre: a Dante, con una stampa di Susanna Galeotti e uno scritto di Loredana Magazzeni, 2022; le antologie di poeti italiani contemporanei Dentro il mutamento, 2011, e quella di narratori italiani Il mantello aperto, 2020.

Previsti per il 2023: Apologhi in fotofinish. Racconti e atri scritti e Artaj Ritagli (poesie).

Ha curato, con Gualtiero De Santi e Roberto Rossini, il volume Perché Pasolini (1978). Sulla sua poesia il regista Lucilio Santoni ha realizzato nel 2002 il film-video A lungo ragionarne insieme. Un viaggio con Maria Lenti.  Tra altri premi ha vinto lo “Zirè d’oro” (L’Aquila, 2006).

 

 

da “Arcorass – Rincuorarsi

 

Formiche

 

hanno imparato tutte le difese

acqua con sapone

sale nei punti delle esplorazioni

aspersione di succo di limone

bianco dell’anticalcare

insetticida micidiale

 

Ma te te piac a scombinè le rob

a muscinalle

ieri i girin in tl’Apsa

cl’atre giorne te se’ intrufolata ti gioch di grand

e j hè fat gì via

dmennica hè arvoltat le litanì

el prima e ’l dop tel libre dla dotrina.

Lasc’le stè, ste formich,

– così Cecilia analfabeta –

se c’èn, se ved che c’han da essa.

 

Ho letto libri dai Mirmidoni in poi

(e la formica, esserino perfetto di Walt Whitman,

e le ansiose formiche di Fortini).

Se c’èn, se ved che c’han da essa

loro dirette alla cucina

io perplessa

 

 

Formiche – Ma te te piac a scombinè le rob / a muscinalle / ieri i girin in tl’Apsa / cl’atre giorne te se’ intrufolata ti gioch di grand / e je fat gì via / dmennica hè arvoltat le litanì / el prima e ’l dop tel libre dla dotrina. / Lasc’le stè, ste formic, / (…) / se c’èn, se ved che c’han da essa.  = A te piace scombinare le cose / mescolarle / ieri i girini nell’Apsa / l’altro giorno ti sei messa nei giochi dei grandi / e li hai fatti fuggire / domenica hai posposto le litanie / e il prima e il dopo nel libro del catechismo. / Lasciale stare (vivere) / se ci sono, (si vede che) ci devono essere.

 

* Apsa (f.) è il fiume-torrente della mia infanzia a Gallo di Petriano (PU), nei pressi di Urbino.

Mirmidoni, antica popolazione della Tessaglia. Avrebbero partecipato alla guerra di Troia al seguito di Achille. Originari di Egina, i Mirmidoni sarebbero derivati dalle formiche (μύρμηξ «formica»), concessione fatta da Zeus al figlio Eaco, rimasto senza sudditi per una pestilenza.

Walt Whitman, “Credo in te anima mia”, in Foglie d’erba.

Franco Fortini, “Agli dei della mattinata”, in Una volta per sempre. Poesie 1938-1973, 1978.

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Urbino

 

stringe il cuore

se la incontri del tutto ignara

di storia e arte

appare nella sua ferma bellezza

irraggiungibile e inaccostabile

salite e discese negate ai tacchi

gli anni di studio qui da trascorrere

un incubo se arrivi a novembre

e trovi la nebbia

(la neve, però, …tocco di favola)

la scopri nei vicoli nella piazza Rinascimento

verso l’Università e il Palazzo Ducale

verso Valbona e via Raffaello

nella piazza di giovani e di turisti

di gente del posto un’occhiata all’orologio

o prende l’autobus per le periferie

vivi amicizie e vivi amori

tanto eterni quanto effimeri

lungo le vie e gli orti pensili

la luce tra le case il sole calato dall’alto

la voja da fè e da non fè gnent

la voja da cnoscte che j urbinat

en sembra ch’ c’han

(invec te cnoschen fin in fond)

quand è ora d’arpartì sa la laurea

el tu diploma la vitta che t’aspetta

alora val ben el dett:

“a Urbin se piagn du volt

quand s’ariva e quand s’arpart”

 

Urbino – la voja da fè e da non fè gnent / la voja da cnoscte che j urbinat / en sembra ch’ c’han /(invec te cnoschen fin in fond) / quand è ora d’arpartì sa la laurea / el tu diploma la vitta ch’ t’aspetta / alora val ben el dett / “a Urbin se piagn du volt / quand s’ariva e quand s’arpart” = la voglia di fare e di non fare niente / la voglia di conoscerti che gli urbinati sembra non abbiano / (invece ti conoscono fino in fondo) / quando è ora di ripartire con la laurea / il tuo diploma la vita che ti aspetta / allora val bene il detto popolare:/ “A Urbino si piange due volte / quando si arriva e quando si riparte“

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Bugia

 

Per cas artrov un fascicol ciclostilat

(Antologia di poeti strani degli anni Sessanta)

do’ c’era el mi ragass sa la su’ prima poesia

sa ’na dedica per me e ’na firma

ch’ pareva volè in alt fòra dla paggina

diceva ch’el su’ amor per me sarebbe stato

eterno

azzurro come il cielo.

 

Cla bugia m’ha fatt amè da sùbit la poesia.

 

Bugia

 

Per cas artrov un fascicol ciclostilat = Per caso ritrovo un fascicolo ciclostilato

(… do’ c’era el mi ragass sa la su’ prima poesia) / sa ’na dedica e ’na firma / ch’ pareva volè in alt fòra dla paggina = dove c’era anche il mio ragazzo con la sua prima poesia / con una dedica per me e una firma / che pareva volare in alto fuori dalla pagina

ch’el su’ amor = che il suo amore

Cla = quella

m’ha fatt amè da sùbit = mi ha fatto amare da subito la poesia.

 

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Armuscinè

 

fuori del limbo non v’è eliso:

avrà ragione Elsa Morante?

Camminata per la più parte la mia vita

ho muscinat e armuscinat

tle rob vissute

chi ha ragion non so.

Dura cosa

dall’incoscienza arrivare alla coscienza

alla mente e le sue vie

al corpo e alle sue traversie

a ciò che accade imprevidente

a ciò che vuoi fuori d’ogni niente

a ciò che il mondo t’apparecchia

a ciò che rifiuti, ronzìo di pecchia.

So che non so questo so.

Vagh avanti

un po’ spinta dagli avvenimenti

un po’ scegliendo i “quanti”

un po’ premendo il mento

un po’ presa dall’evento

muscinand e armuscinand

spess ridend.

 

Rimescolare

Ho muscinat e armuscinat tle rob = Ho mescolato e rimescolato nelle cose

Vagh = Vado

muscinand e armuscinand = mescolando e rimescolando

spess ridend = spesso ridendo

Elsa Morante, “Quella, che tu credevi un piccolo punto della terra”, in Alibi, 1958.

 

 

 

VINCENZO LUCIANI (dialetto pugliese)

 

Nato nel 1946 a Ischitella nel Gargano; dal 1975 vive a Roma. Dirige  il mensile di informazione locale “Abitare A”. È fondatore dell’Associazione e della rivista di poesia “Periferie”. Dirige il Centro di documentazione della poesia dialettale “Vincenzo Scarpellino”. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Il paese e Torino (1985);  I frutte cirve (1986), Frutte cirve e ammature (2001), Tor Tre Teste ed altre poesie: 1968-2005 (2005), La Cruedda (2012), Straloche/Traslochi (2017) e Vanzature/Avanzi (2020).  Nel 2022 ha pubblicato Poeti di paesi e di città e La mia Roma a piedi. Dal 2005 al 2012 ha condotto, in prima persona o con l’aiuto di collaboratori, ricerche: sui dialetti del Lazio, in particolare nelle aree della Tuscia meridionale, Campagna romana nord-occidentale, nei 121 Comuni della provincia di Roma e nei 33 comuni della provincia di Latina, i cui risultati sono poi confluiti in otto volumi.

 

 

Parole saprite

 

Ji vaje ascianne i parole saprite

parole che ce squàgghjene nt’a vocche

cume fraule u voske

ncape a na jurnate

sperte calepijanne

tratture e tratturidde

ddò’ nun vanne cchiù mule e ciucciaridde.

 

Ji cammine e cammine secutanne

pedate antiche nt’i carrare:

quanta quante macere sckuffulate;

e tratture affenzate

da sti cane arraggiate

d’i patrungine nove

che réule e crianze chiù nun sànne.

 

E cammine e cammine che me sperde:

nd’i voske abbandunate,

cambagne spatrunate:

addone i ruvetale, manghe i cane!,

mòccechene pide e mane.

Ma cammine e cammine, dà ncape u sole,

e dd’acque nun ce trove

pure se da’ na voce e lucche e lucche

nun t’arresponne manche nu cristiane.

 

PAROLE SAPOROSE – Vado cercando parole saporose / parole che si squagliano in bocca / come fragole di bosco / alla fine di una giornata / allo sbando, calpestando / tratturi e tratturelli / dove non vanno più muli e somarelli. // Io cammino e cammino seguitando / orme antiche nelle carraie: / quante quante macere franate; / e tratturi imprigionati da filo spinato / da questi cani arrabbiati / dei nuovi padroncini / che regole e creanze più non sanno. // E cammino e cammino, io mi perdo: / nei boschi abbandonati / nelle campagne spadronate / là dove i rovi (neppure i cani!) / mordono piedi e mani. // Ma cammino e cammino, dà in testa il sole, / e l’acqua non si trova / anche se dai una voce e gridi e gridi / non ti risponde nemmeno un cristiano.

 

 

A guerre

 

Addrete i tuppe u mare

e addrete u mare

a guerre.

U mare maje ce affije

e manche a guerre.

 

LA GUERRA – Dietro le colline il mare / e dietro l’Adriatico / la guerra. / Mai si ferma il mare / e neanche la guerra.

 

 

Parole pe n’anne

 

Uh, che te vonne accide nganne!

Accume sta’? Addove te a fa’?

Rumane p’a Festa? Quanne te ne va’?

T’arrecurde dda vote?…

E accuscì ce dicime

tutte dd’anne

parole pe n’anne.

 

PAROLE PER UN ANNO – Che ti possano uccidere in gola! / Come stai? Dove te la fai? / Ti fermi per la Festa? Quando te ne vai? / Ti ricordi quella volta?… / E così ci diciamo / tutti gli anni / parole per un anno.

 

 

 

ANGELO MARZULLO (dialetto Terracina, LT)

 

È nato il 2 luglio 1964 a Terracina (LT) dove risiede. Diplomato presso il Liceo Scientifico L. Da Vinci di Terracina nel 1984. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo presso l’università Uniecampus nel 2016, dal 1994 al 2009 ha collaborato con due emittenti regionali del Lazio: GoldTv e Lazio Tv (già Telemontegiove) effettuando prevalentemente servizi sportivi e la telecronaca delle partite domenicali, inoltre ha condotto in diretta il notiziario sportivo del sabato. Dal 1 gennaio 2000 al 31 dicembre 2002 è stato responsabile della produzione dei Teletext delle due emittenti denominati: GOLDVIDEO e LAZIOVIDEO. Dal 1996 presenta ed organizza eventi culturali, artistici, musicali e sportivi. Presentazioni di libri e reading poetici. Ha pubblicato con la Innuendo Editore le raccolte di poesie: “Eve più mej quanne se steva più pegge” (2016), “Sonetti” (2019), e, con 26 Lettere Editrice, il saggio: “Why London Calling?” (2019) e con la Editrice Gli Angeli Terracina “City Rockers: Poeta Punk 30 e love” (2022). È presidente dell’associazione culturale Gli Angeli Terracina City Rockers e della Editrice Gli Angeli

 

 

Ju lungomare

 

Andò guarde guarde è nu spettacule

quanne i ciele è terze co tutte st’isole
Ponza, Santo Stefano, Palmarola
remane senza fiato… senza dì na parola

dall’ata parte se vede pure Ischia ne po’ sfucata
e ju golfe de Gaeta cu la muntagna spaccata
quann’era mammocce pateme cu ju ciele senz’inquinamento
vedeva ju fume sope ju Vesuvie e capiva andò terava i viente

a ponente te guarda il Circeo che te ne po’ più de fama
ma ai sanfeliciani je c’anvidie sole ju panurama
perché quanne se svejane se vedene denanze ogni matina
la meraviglia più bella: ju lungomare de Tarracina

ma mo venime alle dolenti note
seme tarracenese le teneme pe dote
subito dopo la guerra stu bej lungomare
j’enne cuminciate a svenne invece di salvaguardare

c’enne fatte le case pe tutte stu vecchiume
chi ve stramorte ce putesseve lascià le dune
po’ enne pruvate a spegne tutta sta bellezza
j’enne lasciate a j scure e piene de munnezza

tenema rengrazià chij dij chiosche che pe du mesi a j anne
na bella repulita e ne po’ de luce fanne
mo finita la stagione cu le lampade a led j’enne allumenate
che enne bastate du tronnole e senne tutte stutate

ma ju lungomare de Tarracina nen te bisogno de tanta boria

s’allumena da sule de luce propria

 

 

Pasolini

 

Prova ne po’ a immaginà

se stu genie er’ancora vive

a miezze aj vicule de sta città

vedeva tutte stu schife

 

novantenne curve e cu j bastone

aggirarsi pe vicule Rappini

speranne de sentì l’esclamazione:

“esse chiste è Pasolini”

 

i si lasciate rozzo e sincere

oggi è lustrate e puzza de piscie

chiste s’ambriacane tutte le sere

dopo che se spruzzane di spritze

 

pe colpa de chiju viziette

ju corpe tej era nu strazie

ma grazie a chelle paginette

mo stai assieme a Goethe e a Orazio

 

io me te voje ammaginà

cu zi Zucculitte affà le coffe

pe j’angeli che tenne ji a pescà

l’aneme pe dent’alle fosse

 

 

A Silvio

 

Silvio t’arrecorde ancora

quanne tu t’aizzave pe ji a lavurà

e iavete turnavane dalla baldoria

e se mettevane vergogna de t’accuntrà

 

n’oratore nen si mai state

te steve sempe zitte

ma quanne t’esciva ju fiate

ce stevane pe tutte

 

na vita sope a na paranza

abbasce a ch’ ju mutore

pe famme cresce la panza

te si spaccate i core

 

te so voluto bene ma non te le so mai ditte

fatte basta chesta oh mio caro papà Mughitto

 

 

 

ANTONIO MARIA MASIA (sardo)

 

Nato a Ittiri nel 1944, ha studiato a Sassari e lì ha iniziato in Banca Commerciale Italiana (ora Banca Intesa) il suo lavoro che lo ha portato in qualità di direttore responsabile nelle Filiali di Olbia, Frosinone, Pisa, Como, Pescara, Firenze e Roma. Attualmente vive nella Capitale. Dal 2010 è presidente del Circolo di Roma il “Gremio” e cura eventi e manifestazioni con al centro il tema della Sardegna, la sua cultura, gli artisti, il cinema, la musica, l’economia. Ha pubblicato, in italiano nel 1989, Dominioni Editore- Como, il libro di poesia I Silenzi di Pietra. In lingua sarda, nel 2002, edizione Carlo Delfino – Sassari, il libro Kadossène (pantofola degli Dei), un canto sulla storia della Sardegna, in ottave rime. Nel 2019 per Nemapress editore ha pubblicato Antiga limba. Poesias e meledos peri sas àndalas de sa vida: Il libro raccoglie poesie e commenti saggistici che Antonio Maria Masia ha stilato nel corso degli ultimi trent’anni. Un volume scritto per una vita dedicata alla diffusione, allo studio ed alla conservazione della lingua sarda. Il volume scritto in sardo, variante logudorese, è interamente tradotto in italiano dallo stesso Autore.

 

 

Antiga Limba

 

A mie,

fizu e istranzu in log’anzenu,

de accunortu mi ses e de amparu,

antiga limba ‘e s’Isola nadia,

ca mi das ammentos mai drommidos

e memorias

chi non poto ismentigare,

ca mi pones in cara un’istinchidda

e mi torras pitzinnu a Bidda mia,

cando abbemidu e cuntentu

chircaia

dies benidoras

giaras e lughentes.

 

Tue,

càntaru mannu ses de poesia

in custu tribuladu mundu ‘e oe

ses dulche cantu e suave armonia,

e cun disizu ti carigno che fiore

cando in laras mi brottat calchi versu

de amargura ifustu e de amore.

Tando, a s’istante,

cun ojos ispamparriados de allegria,

luego m’allutto ‘e fogu, cun fieresa,

pro cussas bonas raighinas

chi m’hat dadu

sa tua eterna galana gentilesa.

 

Antica Lingua

 

A me, figlio e ospite in terra straniera

di conforto sei e di riparo,

antica lingua dell’Isola natia

perché mi dai ricordi mai sopiti

e memorie

che non posso dimenticare

perché mi poni nel viso una scintilla

e mi riporti, ragazzo, al Paese mio,

quando ansioso e contento

cercavo

giorni futuri

chiari e luminosi.

 

Tu,

fontana grande sei di poesia

in questo tribolato mondo di oggi

sei canto dolce e soave armonia,

e con desiderio ti accarezzo come un fiore

quando nelle labbra mi germoglia qualche verso

di malinconia bagnato e d’amore.

Allora, all’istante,

con occhi spalancati di allegria,

presto m’incendio di fuoco, con fierezza,

per quelle buone radici

che mi ha dato

la tua eterna graziosa gentilezza.

 

 

Su tempus it’est?

 

Tempus, nuraghes de pedras antigas
binchidos dae tempus e dirrutos
e árvures e rùndinas e fruttos
disizos cuntierras e fadigas.

Banzighende sun tres velas in mare:
sa sorte sa morte ei sa vida,
una tanca ‘e istellas fiorida
de pitzinnos chi cherene giocare.

Boghes de poesia sa zente manna
iscustaimis in nottes de istiu,
luntanu brincaiat unu riu,
ammajados in s’oru ‘ e sa gianna.

Dies de amarguras e isperas,
unu sónniu una ninna-nanna,
e su ‘entu chi muidat sa canna,
in milli e chentumiza camineras.

Tempus lizu in préstidu leadu
contivizadu cheres cun amore,
in ora ‘e gosu in ora ‘e dolore,
proite andas che fiore torradu

…a chie cun amore t’hat donadu.

 

Il tempo cosa è?

 

Tempo, nuraghi di pietre antiche

vinti dal tempo e distrutti

e alberi e rondini e frutti

desideri, conflitti e fatiche.

Dondolano tre vele in mare:

la sorte, la morte e la vita,

il cielo un prato di stelle fiorite

di bambini che vogliono giocare.

Voci di poesia dagli anziani

ascoltavamo in notti d’estate,

  incantati sull’uscio della porta,

in lontananza cantava un ruscello.

Giorni di malinconie e di speranze,

un sogno, una ninna nanna,

ed il vento che piega le canne,

in mille centomila sentieri.

Tempo giglio preso in prestito

vai accudito con amore,

nei giorni di gioia ed in quelli di dolore,

perché vai restituito come fiore

…a chi con amore ti ha donato a noi.

 

 

Su ínnidu colore ‘e sa paghe

 

Assustados pitzinnos pianghende
e óminedos gherrende, in tottue,
biancos, nieddos, rujos e grogos.
Abbàida!

E tancas coloridas de sambene
e abbandonados betzos aisettende…
e giovanes andende chen’ispera.
Abbàida!

E ojos tristos de féminas violadas
e famidas criadureddas morzende
rujos e grogos, nieddos e biancos.
Abbàida!

Ahi! Cantu dolore in s’umana zenia

pro dare cun ódiu unu solu fruttu,
ch’hat de sa morte su colore nieddu!

E sa paghe chi dae sempre disizo?
Ite colore hat sa paghe prommissa,

cudda ch’est in bucca ‘e ognunu
e dae ognunu traita e ismentigada?

Pintad’est issa de lughe soliana
ch’illuminat sas caras dogni die,
hat brios de puzones in s’aera
e sabore de laras disizadas,
profumos hat de fiores in beranu
e sonos de rizolos brinchitende,
no hat lacanas a zente furistera,
ne fusile, ne fogos, ne ingannos.

Est unu sónniu
chi sempre tenz’in coro:
de ómines chi s’istringhen sa manu
pro nos dare
unu mundu chentza gherra.

 

E cando manzanu lassados sos bisos,

abberis sos ojos

a sos milli lugores de sa terra,

anda cuntentu in mesu a sa zente,

serenu chirchende,

s’ìnnidu colore de sa paghe.

 

Il colore immacolato della pace

(La pace vista con il colore bianco immacolato, “ìnnidu”, un aggettivo bellissimo che significa senza macchia. Un colore che si contrappone al nero della guerra, della morte e della violenza)

 

Spaventati  bambini che piangono

e piccoli uomini in guerra, dappertutto,

bianchi, neri, rossi e gialli.

Guarda!

E prati colorati di sangue

e vecchi abbandonati in attesa…

e giovani in viaggio senza speranza.

Guarda!

E occhi tristi di donne violate

e piccole creature affamate

rosse e gialle, nere e bianche

Guarda!

Ahi! Quanto dolore nell’umanità

che produce con odio un solo frutto,

che ha della morte il nero colore.

E la pace che da sempre desidero?

Qual’è il colore della pace promessa,

quella che è nella bocca di tutti

e da tutti tradita e dimenticata?

La pace è dipinta di luce solare

che illumina ogni giorno i nostri visi.

Ha il brio degli uccelli nell’aria,

e sapori e gusti di labbra desiderate,

profumi ha di fiori a primavera,

e suoni di ruscelli saltellanti

e non ha confini per i forestieri,

né fucili, né fuochi né inganni.

E’ un sogno

da sempre nel mio cuore:

di uomini in pace che si tengono per mano

per darci un mondo sereno

senza guerra.

 

E quando domattina, lasciati i sogni,

apri gli occhi

ai mille bagliori della terra,

vai contento, in mezzo alla gente,

e sereno cerca

il colore immacolato della pace.

 

 

 

ROBERTO PAGAN (dialetto triestino)

 

Da Alighe

 

I colori

 

Iera diversi una volta, no per dir,

anca i colori. Per esempio el zalo

canarin, ch’el cantava, te capirà, contento

sora i teti nel sol. Ghe iera alegro

ch’el se ciapava el vento sul balcon el verde

bandiera, come no?. Ma el blu carta de zùcaro

dove te vol trovarlo ‘desso? E cussì el maronzin

scartozzo, che iera fin che iera el botegher col lapis

copiativo su la ‘recia, che po el faseva el conto

come un bolide svelto che gnanca la machineta.

Ma el color che mi più me comoveva, el più segreto,

se ciamava  (no rider, che no invento)

panza de monega: sbiadì par su’ natura, ma cussì

cangiante che ognidun se figurava altro

come ch’el voleva, rosa, lila, un poco più violeto:

palido, patido, ma perciò ch’el te piaseva, lagrima

de passion e de mistero, sconto come l’osso

del pèrsigo, un poco velenoso. Iera el color de le panchine

frugade, dei tapedi rosigai dei sorzi che se vedi

la trama, le coverte lise, i travi carolai

nei castei, miseria e nobiltà. Anca de zerte vite

tarlade, sufigade nei rimorsi, sole lassade

come el suro sul mar. Te vedi ch’el galegia,

parcossa no se sa.

 

I colori. Una volta, non faccio per dire, ma erano diversi / anche i colori. Per esempio il giallo / canarino, che cantava, capirai, tutto contento / sui tetti pieni di sole. Allegro era anche il verde / bandiera, che si godeva il vento sul balcone. Per forza. Ma il blu carta da zucchero, / dove lo trovi adesso? E così il marroncino / carta da impacco, che esisteva finché c’era il pizzicagnolo col lapis / copiativo in bilico sull’orecchio, che poi ti faceva il conto / svelto come un bolide meglio di una macchinetta calcolatrice. / Ma il colore per me più commovente, il più segreto / si chiamava (non ridere, perché non invento) “pancia di monaca”: sbiadito per sua natura, ma così / cangiante che ognuno poteva figurarselo a modo suo / come voleva: rosa, lillà, violetto / pallido, sciupato, ma per questo ti piaceva, lacrima / di passione e di mistero, nascosto come il nocciolo / della pesca, un poco anche velenoso. Era il colore delle panchine / logore, dei tappeti rosicchiati dai topi che mostrano la trama / le coperte lise, le travi consumate / dei castelli, miseria e nobiltà. Anche di certe vite / tarlate, soffocate dai rimorsi, lasciate sole / come il pezzo di sughero sul mare. Vedi che sta a galla / ma non sai perché. 

 

 

I grìzzoli de la memoria

 

Sti qua xe solo ricordi. E i ricordi

dei altri no ghe servi a nissun.

Gnanca a mi no me servi. Ma un se ricorda

per saver de esser stà. Xe come

Cartesio: se me ricordo

vol dir che ghe son.

Una volta go visto

do veci a l’ospizio.

Lu’ brontolava da solo. La vecia

ghe ga dà su la vose: Cossa, la parla

da solo? – Sì. Perché, no se pol?

Xe proibido? – No, no. Se ghe piasi,

la fa ben, anca mi qualche volta

me vien de parlarme de sola. – La vedi?

semo tuti compagni. –  Parlarse ‘dosso però

xe come farse de soli i grìzzoli.

Lei, la xe bon?

 

Il solletico della memoria. Questi, sono solo ricordi. E i ricordi / degli altri non servono a nessuno. / Neanche a me servono. Ma uno si ricorda / per sapere che è esistito. È come / Cartesio: se mi ricordo / vuol dire che ci sono. // Una volta ho visto / due vecchietti all’ospizio. / Lui brontolava da solo. La vecchia / gli ha dato sulla voce: Ma cosa fa, parla da solo? – Sì. Perché, non si può? / È proibito? – No, no. Se le fa piacere, / fa bene, anche a me qualche volta viene da parlarmi da sola – Vede, siamo tutti uguali – Però, parlarsi addosso / è come farsi da soli il solletico / Lei, ne è capace?.

 

 

Da Robe de no creder

 

La mula in tran

 

La mula in tran

nera la cavelada

e bianco el vestitin, tuto studià.

I ociai de sol

che xe de moda enormi

se magna mezo el viso

fineto e palidin.

Mi so che tuto intorno

co’ l’ocio sbisighin

te sbusi el mondo. A mi

anca mi te me vedi

perchè son qua davanti. Bruto

e vecio te pensi. No xe giusto.

Dovessi mi con quei ociai

sconderme un poco i ani

e po’ vardarte in-t-el museto.

Per ti xe un zogo. Come i fioluzi

co’ i fica ‘pena la testina

drio de una tenda e i tien el fia’

come che no i ghe fussi.

O dio no xe più el picio, el picio

xe sparì – disi la mama. E lori

contenti i se la ridi. Cussì anca ti

ti te diverti, zivetina.

Sto mondo me lo studio de scondon

mi no me intrigo lasso che i me zerchi. E po’

quel che me piasi, ciogo.

 

La ragazza sul tram. La ragazza sul tram / capigliatura nera / bianco il vestitino, tutto calcolato. / Gli occhiali da sole / enormi alla moda / si mangiano metà del viso / fine e pallidino. / Io so che tutto intorno / con l’occhio sveglio / tu buchi il mondo. A me / anche a me mi vedi / perché ti sto proprio davanti. Brutto / e vecchio pensi. Non è giusto. / Io dovrei con i tuoi occhiali / nascondermi un po’ di anni / e poi guardarti il musetto. / Per te è un gioco. Come i bimbettii / quando mettono appena la testolina / dietro una tenda e trattengono il fiato / come se non ci fossero. / Oddio, non c’è più il bimbo, il bimbo / è sparito – dice la mamma. E loro / se la ridono contenti. Così anche tu / ti diverti, civettina. / Questo mondo io me lo studio di nascosto / io non mi impiccio, lascio che mi cerchino. E poi / quello che mi piace, me lo prendo.

 

 

 

FERNANDO PELLICIARDI (dialetto Romagnolo)

 

Fernando Pelliciardi è nato a Bizzuno di Lugo (RA) nel 1944. Dopo la Maturità classica, si è laureato in Ingegneria Elettronica presso l’Università di Bologna nel 1969. Dal 1970 vive a Roma. Ha pubblicato diversi volumi di argomento romagnolo (lingua, tradizioni, racconti) e suoi scritti sono apparsi su svariate riviste, quali: La Piê, Presenza romagnola, In Rumâgna, Romagna ieri oggi domani, Confini, La Ludla. Ha partecipato, con buone classificazioni, a diversi concorsi poetici ed ha stampato, in edizioni fuori commercio, due raccolte di poesie. Dal 2005 è Presidente della Famiglia Romagnola APS di Roma.

 

 

I tu òc

 

I tu òc

j è par mè

cumpagn a un spëc

indó ch’a vègh

tot i culùr dla séra

cvand che e sól e va zò

stramëz a li êlbar

ali òmbar dla mimôria

al s fa piò longhi

e d’ cô di chemp

u s pérd la vós dla tëra.

 

I tu òc

j è par mè

còma a la nöt

cvand ch’e cmenza a sbrujêr

la lus de dè

e mè a m’adèn

a zarchê’ e cô de fil

par sgvanê’ insen cun te

un zir drì cl’êtar

sta ghèfla ingavagnêda

ch’l’è la vita.

 

I tuoi occhi

 

I tuoi occhi

sono per me

come uno specchio

dove vedo

tutti i colori della sera

quando il sole tramonta

tra gli alberi

le ombre della memoria

si allungano

e in fondo ai campi

si perde la voce della terra.

 

I tuoi occhi

sono per me

come la notte

quando comincia a baluginare

la luce del giorno

ed io mi affanno

a cercare il capo del filo

per dipanare assieme a te

giro dopo giro

questo gomitolo aggrovigliato

che è la vita.

 

 

Stanöt

 

A sìrti tè stanöt

t a m é fat sègn

bòca da ridar

senza una parôla?

 

Sól j òc

chi òc birichen indó ch’a m pirdeva

sól ló i scureva

e i starlucheva in tl’aria un pô nibiêda.

 

A j ò pinsê

ch’e fòs còma in t’n insògn

parchè a t avdeva

còma dentr a un spëc.

 

A j ò zérch la tu man

mò a n l ò truvêda

e pu a m so vôlt indrì

mò a n t ò piò vèst.

 

 

Stanotte

 

Eri tu stanotte

che mi hai fatto cenno

con un sorriso

senza una parola?

 

Solo gli occhi

quegli occhi birichini dove mi perdevo

solo loro parlavano

e brillavano nell’aria annebbiata.

 

Ho pensato

che fosse come in un sogno

perché ti vedevo

come nel riflesso di uno specchio.

 

Ho cercato la tua mano

ma non l’ho trovata

e poi mi sono girato

ma non ti ho più visto.

 

 

da Sante Pedrelli, E’ nòud me fazulèt

 

E’ pastròc

 

E’ mi Signòur t’è fat un bèl pastròc,

a rigalèm la vèita insén sla mórta:

e piò ch’a i pens, e piò ch’a dvent stralòc.

 

E d’utum e’ ven stóu

ch’e’ déis: – Pedrelli, stop. –

Mai vest e mai cnusóu

 

 

Il pasticcio

Hai fatto un bel pasticcio, Signore,

a donarmi la vita insieme alla morte:

più ci penso, più divento strabico.

 

E alla fine viene questo

che dice: – Pedrelli, stop!

Mai visto e mai conosciuto.

 

 

 

LUIGI PERRONI (dialetto Terracina)

 

Nato a Terracina nel 1959, dove vive con moglie e figlia, cresciuto tra la gente del porto, dopo il diploma ha lavorato negli uffici di alcune aziende della zona. Collabora con un mensile locale (Anxurtime) sul quale alcuni anni fa ha iniziato a pubblicare sue poesie in dialetto terracinese. Nel 2021 ha vinto il concorso di poesia “Versi nel Borgo” di Monte S. Biagio, sezione silloge inedita; nel 2022 il concorso “Raffaele Pellicciotta” di Perano nella sez. Poesia dialettale. Qualche mese fa ho pubblicato il suoo primo libro di poesie in vernacolo Accome fosse mó, edito dalla Innuendo.

 

 

Nen zacce più

 

Stanotta ce sta la luna, e pare bèlla piena,

cacche stélla pure se véde a malapéna.

 

Nuttate accome a chésta le conte co na mana

pure la malavéna se ne sta j luntana,

 

nen te sapéssë dicë chellë ca m’è ‘cchiappatë

më sentë rëntuntitë e në pochë spërëtatë

 

nen zacce più spartì lu bone dallu guaste,

nen zacce chi mè lassate e chi è remaste.

 

Stonghe azzettate zitte a guardà pell’aria

e se na stélla scegnésse suletaria

 

nen ce chiedésse gniénte, méntre ca sta a cadé,

fusse cuntènte sule de la puté vedé.

 

Chi me canosce le sa ca so sencère

e stu muménte j’aspettasse tutte le sére,

 

però sta grascia dura sule na nuttata  ,

prima ch’èsce lu sole se lè già scquajata.

 

Perciò mo mj agguste, sènza refiatà,

tante a parole nen ze po cuntà,

 

stù becchierozze rusce ca me so sculate

me fa sunnà co j’occhije sbalancate,

 

chélle ca vè dumane, dumane ce scummatte,

mo co sta capa frésca me vade ambraccià ju liétte.

 

 

Non so più

 

Stanotte c’è la luna, e sembra piena,

si vede qualche stella a malapena.

 

Nottate come questa le conto sulle dita di una mano

anche la malinconia si sta allontanando,

 

non saprei dirti cosa mi è preso

mi sento intontito e spiritato

 

non so più separare il buono dal cattivo,

non so chi mi ha lasciato e chi è rimasto.

 

Sono seduto in silenzio a guardare in aria

e se cadesse una stella solitaria

 

non gli chiederei nulla mentre scende,

sarei contento solo di vederla.

 

Chi mi conosce sa che sono sincero

e questo momento lo desidererei tutte le sere,

 

ma questo lusso dura solo una notte,

prima che si fa giorno già è svanito.

 

Perciò ora me lo gusto, senza parlare,

tanto non si può spiegare a parole,

 

questo bicchiere di vino rosso che ho bevuto

mi fa sognare ad occhi aperti,

 

ciò che verrà domani, domani l’affronterò,

ora con la testa leggera vado a letto.

 

 

Nen è facele

 

Nu viécchije, ca de batoste n’èra ‘cchiappate tante,

decéva sèmpe stu pruvèrbije sante:

 

“più facele de campà è mascecà lu fiérre”

e ije ce redéve anfaccia accome  nu sghèrre,

 

ma mo ca so accuzzate ne po d’anne e delusione

me pare méne pazze ju paragone.

 

Se sule piénze a cèrte giurnatacce

ca n’ce la fai manche aizzà nu vracce,

 

nen zaije se piove o se ce sta lu sole,

vulisse sta da sule, amponta aj mole.

 

Te vè la voja d’ittà pellaria tutte,

po piane piane cacce j penziére brutte,

 

j’addore de ste fiure me da ne po’ curagge

e me vè a mènte ca stéme quase a magge.

 

Riéntre allora a casema e cagne già culore,

retrove chélle cose ca me sanne da calore:

 

moijema ca me cérca e s’accalloccia,

fijema ca m’appicceca nu bace anfaccia,

 

pure la meciotta se métte a fa le mosse

e sope la mana mia se struscia ju musse.

 

 

Non è facile

 

Un vecchio, che aveva preso tante batoste,

diceva sempre un santo proverbio:

 

“è più facile masticare il ferro che vivere”

ed io gli ridevo in faccia come uno sgherro,

 

ma ora che ho accumulato anni e delusioni

mi sembra meno assurdo il paragone.

 

Se solo penso a certe giornatacce

che non hai la forza di alzare un braccio,

 

non sai se sta piovendo o c’è il sole,

vorresti restare solo, sulla punta del molo.

 

Viene voglia di buttare tutto all’aria,

poi pian piano allontano i brutti pensieri,

 

l’odore di questi fiori da un po’ di coraggio

e mi ricorda che siamo quasi a maggio.

 

Allora torno a casa e già mi sento meglio,

ritrovo le cose che mi danno calore:

 

mia moglie che viene ad abbracciarmi,

mia figlia che mi stampa un bacio sulla guancia,

 

anche la gattina mi fa le fusa

e si strofina il muso sulla mia mano.

 

 

Viénte de mare

 

De tutte j viénte si chije più origgenale,

sènza fa torte a ju scerocche o a ju majstrale.

 

Tu, quanne méne forte, già dalla mmatina

‘ncare  sope la via la réna fina,

 

ca se ‘ncumènza a move e ‘nturcenà

e cape e coda nen fa ‘nduvenà.

 

È nu saittone ‘scite da stu mare travajate,

ca zompa e s’abbudina ‘ccome a n’arrajate.

 

De guardà sta babbelonia nen me stanche,

pure sé me se piéghene le chianche,

 

la coppela m’arrègge cu le mane

e strigne j’occhie pe vedé luntane.

 

Pe stu spettacule davére deleziuse

ce vo na spiaggia e nu viénte fantasiuse,

 

passasse l’ore sane a fa da spettatore,

guardènne se fegure dégne de nu pettore.

 

Ammiézze a chélla réna ca s’agnizza

chi véde nu varaje ca svulazza,

 

oppure nu cacciune alla caténa

ca desperate fuje da fa péna,

 

ma cèrte vote ije véde na scialla,

ca pure sènza museca pare c’abballa…

 

Cu la nuttata ju lebbécce s’è sfugate,

ju mare se resvéja già spianate,

 

p’arrecurdarce ca n’èsseme sunnate

lascia pettèra réna e foje spariate.

 

 

Vento di mare

 

Tra tutti i venti sei il più originale,

senza far torto allo scirocco o al maestrale.

 

Tu, quando soffi forte, già dal mattino

spingi sulla strada la sabbia fine,

 

che incomincia a muoversi ed attorcigliarsi

tanto da non farti capire il capo e la coda.

 

E’ un serpente uscito da questo mare agitato,

che salta e si rigira come un assatanato.

 

Non mi stanco di guardare questa cagnara,

anche se le gambe mi si piegano,

 

mi tengo la coppola con le mani

e stringo gli occhi per guardare lontano.

 

Per questo spettacolo veramente delizioso

occorre un po’ di sabbia ed un vento fantasioso,

 

passerei ore ed ore a fare da spettatore,

guardando queste figure degne di un pittore.

 

In mezzo a quella sabbia che si alza

c’è chi ci vede un gabbiano che vola,

 

oppure un cane alla catena

che disperato scappa da far pena,

 

ma a volte io ci vedo uno scialle,

che anche senza musica sembra che danzi…

 

Durante la notte il libeccio si è sfogato,

il mare si risveglia calmo,

 

per ricordarci di non aver sognato

lascia in terra sabbia e foglie sparse.

 

 

 

LORENZO POGGI (dialetto romanesco)

 

Lorenzo Poggi è un poeta romano dalle molte primavere. Si è riaccostato alla poesia, sua grande passione in gioventù, nel 2010. Da allora ha pubblicato 13 raccolte di poesie. Nei suoi versi c’è la pena per una società iniqua, ma c’è pure l’estasi per un’alba, la gioia d’un ruscello che canta. Tra gli ultimi libri pubblicati ci sono: “La nauseatudine” (2019 –  La Vita felice), “Roma nostra” (in dialetto romanesco – 2020 – Ed. Escamontage), “Quello che resta” (2020 – Ed. Progetto cultura), “Frammenti” (2022 – Ed. Progetto cultura).

 

 

Ma da d’anna’ a fa’ er pajno
tutto impomatato
cor gilè e co’ li guanti
’e scarpe de vernice
e li baffi da sparviero?

io lo so,
voi fa’ de’ danni
drento ar core de quarcuna,
ma sta’ attento
a nun ce resta’ tu nella rete
de quarche pesciolina pescatrice.

 

 

Er santo e la grotta

 

’Na vorta, tanto tempo fa,
ce stava ’n’omo
che viveva in una grotta
e tutti l’annavano a trova’
perché s’era sparsa la voce
ch’era ’n santo
e che te poteva da’ ’na mano
a sarvatte l’anima.

In cambio je portavano da magna’
e l’omo campava.
Campava e pregava
pregava e campava.

’N giorno, mentre stava a prega’,
arrivò ’n ragazzetto che je disse:
«a santo, lo sai de chi è ’sta grotta?
è de mi padre e bigna che te ne vai
perché la grotta ce serve».

Er santo strabuzzò l’occhi
e lo furminò co’ ’n’occhiata
«e ’ndo’ vado?»
«e poi me devi da spiega’
che ce devi fa’ co’ ‘sta grotta».

«So affari mia»
– rispose er ragazzo –
«e poi si proprio lo voi sape’
avemo pensato
de falla santa la grotta
e vende tanti ricordini
e tante statuine
co’ ‘a tua bella faccia».

«Ma che devo morì?»
«Ma che sei venuto pe’ ammazzamme?».

 

«Ma che dici, a noi ce basta
che te butti ner burrone,
ma me raccomanno!
deve sembra’ n’incidente;
voi mette ’na morte pe’ caso
in cambio de ’n santuario
tutto pe’ te?»

 

 

Dialoghi strampalati

«Ma che stai a fa’?»

«Sto a cerca’ ‘na cosa che me so’ perso»

«E che te sei perso?»

«Me so’ perso la voja de campa’»

«Ma che me stai a cojona’? »

«No, me la so’ persa davvero,
chissà ‘ndove l’ho messa»

«Ma che stai a di’,
solo le cose concrete se ponno perde»

«E qui casca l’asino.
Nun l’hai mai sentito di’ “è morto de crepacuore”?»

«E allora?»

«Allora te vojo di’ che anche ‘n dolore
po esse ’na cosa
e pure la voja de campa’
perché si te perdi er portafojo
nun c’hai i sordi manco pe ’n caffè
e ne poi fa’ a meno,
ma si te perdi la voja de vive
come fai a anna’ avanti?»

 

 

 

MAURIZIO ROSSI (dialetto romanesco

 

Medico specialista attualmente in pensione. Ama scrivere in lingua e   in dialetto romanesco. Nel 2008 ha pubblicato la prima raccolta di poesie Dal pozzo al cielo a cui sono seguite: Tempo di tulipani, 2009; Sono aratro le parole, 2011(Lietocolle); Che resta da fare,2014 (Lietocolle); Cercanno leggerezza 2015, in dialetto romanesco; La veglia e il sogno, 2019 (Aperilibri, Cofine). Ma è si…cura? in romanesco, menzione di merito al Premio Poesia in omeopatia 2013. Nel 2017 II Classificato per la sezione Stornelli al Premio “Vincenzo Scarpellino” per i dialetti del Lazio; nel 2018 II Classificato per la sez. Poesie e finalista nella sez. Stornelli del medesimo concorso. Nel 2020 ha curato la prefazione de Quegli anni dall’alto di Antonio Orlandi, Ed. Cofine, Roma e ha partecipato con scritti critici al volume Vincenzo Luciani, poeta editore, Ed. Cofine. Nel 2021 ha curato la raccolta di articoli Il virus in una stanza, Ed. Cofine.  Collabora con scritti e recensioni a “Poeti del Parco”; è nella redazione della Rivista “Periferie” diretta da V. Luciani e Manuel Cohen. È socio de “La Primula”, associazione tra volontari e famiglie di disabili, nella quale partecipa al laboratorio teatrale integrato e agli spettacoli messi in scena. È tra i promotori dell’Associazione “Casa delle Poesie Centocelle” nel territorio del V Municipio.

 

 

C’era ’na vorta le quattro staggioni

 

Primavera

 

Pare ieri, gelava tramontana,

mo’ l’afa che te còce a foco lento;

spara Cupido co’ la cerbottana

la freccia che ner còre dà er tormento,

e smove na penzata popio strana,

dice ched’è primavera sicura…

’gni vòrta che se sveja la natura.

 

Estate

 

Dichi “Ma le cicale so’ l’estate!”

dalla matina ràspano de panza

pe’ la callaccia mezze ’mbriacate.

Abbada, de ’sto sòno la sostanza

mica apparecchia favole ’ncantate…

è solo fregatura pe’ ’na moje

bòna a smorzà l’arsura de le voje.

 

Autunno

 

Smove le foje er vento pe’ la strada

ma fa cascà sortanto quelle gialle;

sotto le scarpe pàrono masnada

de meggere, cor ghigno in de lo scialle

che ’na mano ’nsecchita tiene a bada.

Tra lusco e brusco viè malinconia,

me faccio ’na fojetta e così sia!

 

Inverno

 

È ‘no stravéde avé la neve  a Roma

puro si er freddo boia nun amanca;

’sta giannetta tra li cartoni ’ntrona,

longo a piazza Vittorio su ’na panca,

cor semafero che ammicca e me cojona.

Nun m’aricordo più chi m’ha costretto

a nun avecce ’n testa manco ’n tetto.

 

31/7/2020

 

 

Crede e nun crede

 

Te dichi che la Fede è ’n’illusione

è suggestione data da li preti

co’ li riti incenzati da segreti

che mai li po’ spiegà santa raggione.

 

Mo te vojo spià ch’è credulone

chi nun trittica mai in de la fede:

er Vero lo saprai solo quer giorno

che er sole nun te girerà più ’ntorno!

 

10/4/21

 

 

Gramigna

 

’N mezzo a li “banchi” cresce la gramigna

pochi li contadini pe’ tajalla

quela ar sedile attacca co’ la tigna

senza fà gnente… e noi, musica a palla,

se lamentamo de ’ste quattro foje

che l’AMA pe’ la strada nun ce toje?

 

2/9/20

 

 

Staggioni

 

Ner mentre cuci, leggo povesie

der Novecento; er cane, acciambellato

co’ li sogni, rònfa nell’ore vòte

 

de quistioni. Te ne stai infissa

sulla stoffa, foto d’antri tempi,

’na cornice de luce, er bujo attorno.

 

Nun è che sieno giorni de stravede,

un passo chiama n’antro, mentre fiotta

er sole de Gennaio. Domani, vedrai,

 

ce bussa alla finestra Primavera.

 

 

 

ANTONIETTA TIBERIA (dialetto ciociaro)

 

È nata nel 1941 in Ciociaria ma vive a Roma. Si destreggia tra narrativa, poesia e traduzioni. Ha pubblicato Calpestando le aiuole, I racconti del ponte, Haiku per un anno bisestile (edizioni Progetto Cultura) e varie traduzioni: Jorge (poesie di Sotirios Pastakas, ed. I quaderni del bardo); Di oggi, Omero prende solo il fiore, ed. FusibiliaLibri (poesie dallo spagnolo di Mario Paoletti); Il mio nome è Bond , (autobiografia di Roger Moore) e Astrologia araba C. Aubier (ed. Gremese); Unspoken/Inespresso (poesie di Fatiha Morchid, ed. LietoColle). Già redattrice dell rivista «linfera», collabora alla rivista poetica «Il Mangiaparole». Ha pubblicato articoli, racconti, poesie, prefazioni e recensioni su varie antologie, quotidiani, riviste cartacee e on-line.

 

 

La capata

 

Sta accusì: gli padrone i la padrona,

vulenno marità la padroncina,

ci purtarno denanzi ‘na matina

pu capà, du bravissime purzone.

 

Una mustrea quasi ‘na ventina

d‘anni, du’ spalle peggi de Sanzone;

chigliatro diceuno ch‘era nu riccone,

ma tunea la ciocca cignarina.

 

Se feci annanzi chigli giunotto

i cumunzau a ddì: «‘gnora Lucia,

chi ulissi de nuia? Parla schietto».

 

«I si addavero pozzo capà je –

iessa ci rispunniu – mu pigliaria

la fava té cu gli cuatrini sé»

 

Traduzione: Le cose sono andate così: la padrona e il padrone, per dar marito alla padroncina, una mattina le misero davanti due bravissime persone.

Uno dimostrava una ventina d’anni e aveva due spalle peggio di Sansone. Dell’altro dicevano che fosse molto ricco, però aveva la testa canuta.

Il giovanotto si fece avanti e chiese a Lucia, la ragazza, di dire sinceramente chi dei due preferisse.E lei: «Se potessi scegliere veramente, vorrei la fava tua con i quattrini suoi».

 

 

Gli zampani

 

Zanzarre? I che so’ mo ’ssu zanzarre?

Se gghiamano zampani a sto paese.

I si tu mo ci vo’ fa gl’ingrese,

gli po’ pure gghiamà cummu te pare.

 

Chi l‘ha ditto? Gli mmedicu? ehèè, cumpare,

si t‘avessi da dì st‘utimo mese

che gran cugliunarii ch’avemu ’ntese

se putaria assuppucà gli mare.

 

Zanzarre! Cristo! Si lo dici agli cani,

nnte strillano caì fin’alla via?

Gnente: zampani sèta dì, zam-pa-ni.

 

Mbè, se diciarà zanzarre pu le stampe;

ma so zampani. Ippo‘, santa Lucia!

Ma non lo uidi ca tenno le zampe?

 

Traduzione: Zanzare? E che sono mai queste zanzare? Al mio paese si chiamano zampani. E se ora tu vuoi fare l’inglese, li puoi pure chiamare come pare a te.

Chi l’ha detto? Il medico? Eh,  compare mio, se ti dovessi dire tutte le corbellerie che abbiamo sentito in quest’ultimo mese..si potrebbe svuotare il mare.

Zanzare! Cristo! Se lo dici ai cani, se ne scapperebbero gridando caì.

Va bene, forse si dice zanzare per la stampa. Ma sono zampani. E poi, santa Lucia, ma non lo vedi

 

 

Gli miraculu de San Ginnaru

 

Accumm’agli miraculu ch’hai uisto

a Napuli cugli padrone mé, t’aggiuro,

cumm’è grosso gli munno, mastro Sisto,

non ne ponno sicceda de sicuro.

 

Sciu no pretacci d’arreto a nu muro

cu nu coso pino de sangacci pisto,

i strillau forte alle femmune: «È tosto!»,

I chelle: «Sia laudato Gisucristo!»

 

I doppu, trammente ca chigli pretone

smaniggea lu sangu nchigli coso,

le femmune faceuno ‘razzione.

 

Finché cu sti smaneggi i ninna nanna

lu sangu duuntau uiu i brodoso

cummm’a chello de porcu cu se scanna.

 

Traduzione: Come il miracolo che ho visto a Napoli con il mio padrone, te lo giuro sul mondo quant’è grande,

mastro Sisto, non ne succedono di sicuro.

Da dietro un muro uscì un grosso prete che portava un oggetto pieno di sangue rappreso e strillò

forte alle donne: «È duro!» e loro: «Sia lodato Gesucristo!»

E poi, mentre il grosso prete muoveva il contenitore del sangue, le donne pregavano.

Finché il movimento e le preghiere ottennero che il sangue diventasse liquido come quello del

porco quando viene scannato.

 

 

 

ANNA UBALDI (dialetto romanesco)

 

Anna Ubaldi nasce a Roma nel quartiere Trieste. Ha lavorato come dirigente alla Regione Lazio dove si è occupata principalmente di problemi sociali e in quell’ambito ha dato il suo contributo appassionato alla lotta per l’emancipazione femminile. Per il suo impegno è stata insignita dal Presidente della Repubblica dell’onorificenza di Commendatore. Scrive da anni sonetti romaneschi nei quali illustra con umorismo, garbo e umanità la visione femminile del mondo di oggi. Per la sua attività poetica ha ricevuto in Campidoglio numerosi premi e riconoscimenti. Ha pubblicato le raccolte di sonetti romaneschi Magna bello de nonna (1992), Me corcava de botte (2001), Dovesse capità (2010), Eh, l’amore, l’amore. Sonetti romaneschi (2021).

 

 

Eh, l’amore, l’amore

 

Ma che te devo dì, cocca mia bella,
si seguiti così sai che t’aspetta?
Da restà sola, da finì zitella,
rosario in chiesa e a casa la carzetta.

Lo voi capì che l’omo è ’na stampella
pe ’na donna, lui tira la caretta,
paga li conti e a vorte cara Lella,
aggiusta pure er tubbo che sgoccetta.

Eh, l’amore, l’amore. Ma ’ndov’ello,
abbada che si spreghi st’occasione
butti ar macero un omo ch’è un gioiello,

Vedovo, ricco, casa a l’Arberone,
che fa si poi cammina cor girello,
quest’è un bene, cià pure la penzione.

 

 

Sò stanca

 

Sò così stanca c’a fine giornata
me slongo pe traverzo sur sommiè
e come un piommo casco addormentata.
No, ’ste fatiche nun sò più pe me.

Da quanno che mi’ nora s’è operata
ciò li nepoti a casa qua da me,
pe staje dietro me sò sderenata,
nun è che sò cattivi ma sò tre.

Faje da magnà, mànnali a scola,
poi pòrtali in parocchia a l’oratorio,
tutt’er giorno su e giù a fà la spola.

E a la fine c’è pure er moruxorio,
che quanno a Serafino je sfaciola
devo esse pronta ar gioco sussurtorio.

 

 

Ar cinema

 

Ar cinema ce annamo er martedì,

Prezzo ridotto pe’ li penzionati,

Semo un gruppetto: io, Flora, Mimì

E  Lea quella c’abbitava a Prati.

 

S’accommidamo ne la fila G,

Cappotti sur sedile ripiegati,

Spargemo intorno odor de pasciulì,

Capelli fatti e occhi un po’ truccati.

 

Pe’ la tosse ciavemo le mentine,

Si c’è da piagne un par de fazzoletti,

Semo contente come regazzine.

 

Capita quanno meno te l’aspetti

Che quarcuno te dà du’ parpatine,

Te abbozzi, a litigà nun te ce metti.

 

 

 

PAOLO EMILIO URBANETTI (dialetto romanesco)

 

Laureato in Filosofia, Paolo Emilio Urbanetti è nato a Rieti. Vive e lavora a Roma. La sua produzione poetica, in lingua italiana e in dialetto romanesco, inizia nel 2015. Finalista in numerosi concorsi letterari, ha conseguito diversi riconoscimenti, menzioni d’onore e segnalazioni. Per la poesia dialettale ha vinto il Premio Peppe Renzi, il Premio Scarpellino, il Premio Mario dell’Arco, il Concorso d’ammissione all’Accademia Romanesca, il Premio Giuseppe Gioacchino Belli, il Premio Città di Grottammare e il Premio Luigi Tribaudino – Sergio Notario. Con una silloge di poesie in lingua italiana ha vinto il Premio Castrovillari Città Cultura e il Premio Città di Castrovillari. Le sue poesie appaiono sul periodico Voce Romana su Periferie e sulla rivista on line Poeti del Parco. Ha pubblicato in self publishing, due raccolte: Venti Sonetti Romaneschi (2017) e Poesie Romane (2020). La sua produzione in lingua italiana è ancora sostanzialmente inedita.

 

 

Tre vite

 

La prima la chiamamo Privileggio:

bei sordi, bella casa, affanni zero,

penzavo de magnamme er monno intero

ma er prìffete1 finì. E fu ’no sfreggio.

 

La seconna je dimo Buco Nero:

dieci anni de stronzate e de cazzeggio

che ancora me li sento e quer ch’è peggio

a ripenzacce… rèsteno un mistero.

 

La terza è mo, se chiama Aritrovato:

nun ciò più tanto tempo qua davanti

pe sprecallo a rugà su quer ch’è stato:

 

famija, sordi pochi, sogni tanti,

quarcosa ho avuto, quarche cosa ho dato.

Va bene, vojo solo guardà avanti.

 

1 Soldi, denaro

 

 

Er miscredente all’Araceli

 

Io nun ce credo a Cristo e a li vangeli

credo però ne la virtù romana

e quanno se festeggia la befana

io vado tutti l’anni all’Aracèli.

 

Che luce la navata de mediana

’na cosa da ’nvidià li sette celi

e Roma da lassù pare lontana,

lontana da ste voci de fedeli.

 

Perché la gente ne sto giorno santo

sta in fila pe bacià, anime belle,

quer pupo incoronato ch’è ’n incanto.

 

Me viengheno li brividi a la pelle,

quanno che sale piano piano er canto…

canto pur’io Tu scenni da le stelle

 

 

Er Papa solo

 

Oggi l’ho visto, er papa Benedetto

che già dieci anni fa s’era spapato,

porello fa impressione su quer letto

è rosso, piccoletto, imbarzamato.

 

Davanti ar bardacchino, ner tranzetto,

tra svizzeri e le chiave der papato

mo tutti a dinne bene, poveretto,

ma nu’ lo so si fusse propio amato.

 

Appena fatto papa, a Ratisbona,

provò a fà raggionà li musurmani

ma quelli mica è gente che raggiona,

 

ce viddero la boria der crociato

storzero er naso puro li cristiani…

finì che ’sto bon papa se n’è annato.