
Gli anziani, un tempo potere e guida di città e oggi impaccio, peso o indifferenza, si ribellano a volte, e senza armi né grida, utilizzando forme d’arte più diverse, danno ancora lezione, nel pensiero e nella vita.
È il caso del poeta Massimo Bardella, figlio d’arte di Carlo (1903-1981), protagonista nel gran teatro della poesia romana, ben consapevole che “di Dell’Arco ce n’è uno/ tutti l’artri so’ nessuno”: sempreché l’imitatore al quale dedica questi salaci versi non sia proprio lui stesso, cosa che gli renderebbe onore, ma non certo giustizia.
La sua poesia è dialettale – romana, non romanesca – senza scivolare in arcaismi o vezzi d’accademia, breve nella composizione e nel verso al suo interno, ritmica, efficace nel suggerire immagini e situazioni, nonché sentimenti, senza spreco di parole. Per questo, il dialetto è agile e scivola come un buon bicchiere di Frascati doc, senza nulla togliere al sonetto, allo stornello o altre valide composizioni di autori dialettali.
Ecco, dunque, i primi insegnamenti del Bardella poeta (e non solo): non è necessaria una “manfrina” di parole perché una poesia dica, e susciti, stupore ed emozioni; secondariamente, a Roma, ormai, il romanesco – pur apprezzando chi lo continua a curare e raccontare come esempio di una romanità “storica” e psicologica, più che come dialetto – non si parla e non si sente più, se non in particolari manifestazioni o nei dizionari specialistici. Beninteso, l’Autore non disdegna alcune espressioni, senza le quali il titolo non sarebbe giustificato: giunta, cucchiara, cocommero, er, ner, je, gnente, voja, cunnola, pommidoro, spazzio, slonga, fiottano, scuffia…e tante altre che, inserite con misura e quasi “anniscoste” dalle altre parole, si assaporano e fanno gustare tutto il resto.
Nè dimentica il Bardella, la “galassia di poeti romaneschi/Un ricco dopoguerra/de cene letterarie/ de premi/ de medaje similoro” cioè un mondo letterario perduto in seguito al tramonto di un’epoca, non tanto per la mutazione letteraria, ma del costume e dei valori di vita, in seguito – come afferma lui stesso – alla venuta di “un certo Pasolini”.
La sua poesia è un indulgere alla nostalgia per il tempo necessario all’esigenza dell’età e all’esercizio della memoria “un ripesca’/ e incolla” peraltro analogo alla scrittura poetica; pochi strumenti, “la penna …’na risma de carta/ filigrana” gesti essenziali per ricordi ineludibili e per una poesia asciutta.
E ancora, Massimo Bardella sottolinea la lezione della Storia, spesso inascoltata da chi non la conosce o si reputa al di sopra di essa, pensando di poter determinare il proprio e l’altrui futuro: ecco i versi della sezione finale “Arma virumque cano” e in particolare la poesia “In hoc signo vinces”, nella quale, con la consueta levità e arguzia, “famme finì/ ‘sto goccio/ e te ricconto/ come agnede er fatto.” il narratore sovrappone i piani temporali, accostando la battaglia tra Costantino e Massenzio con la contemporaneità di guerre e manifestazioni, luoghi e personaggi “Combattenti de tera/ de aria, / de mare./ L’ora der destino/ bussa sur celo/ de la patria:”: ogni spiegazione è superflua.
Infine il titolo, dove “postume” attributo di “poesie romane”, si presta a varie interpretazioni: tra tutte, mi piace pensare che queste poesie sopravviveranno a lungo al suo Autore, al quale auguro, con stima, lunga vita.
Pic nic
macché caviale
macché sciampagna.
De pane de Genzano
jotta la bruschetta.
Profumato l’ajo
appollo l’ojo.
Fresco da pergolato
uno sciuro
er Trebbiano.
Sovraccarico
come la carta
de antico
documento
sento
sbriciolasse
la memoria
tutto er giorno
un ripesca’
e rincolla.
Legge de natura
co’ fatica
stracina
ar formicaro
‘na pajuca
la formica.
Pajuca pe’ pajuca
m’è compagna
la formica.
Accademia Tiberina
avaro de parole
er dialetto
romanesco
parla così
come se magna.
“Or mi sovvengo
d’avere il dizionario
povero, dismesso.
Oh, come vasto
sarebbe il mio desìo
d’ingemmar corrusco
aprìco, pertinace
il verso mio”
Mosceria
anziana
la mamma
smuntina
la fija
quattro pastarelle
tristarelle
du’ cornetti
sgonfiatelli
gusto vario
carammelle
languido er caffè
sa de gentilezza
bordo celeste
la tazzina
me ricorda
Teresa de Calcutta.
Riposo
terzine
quartine
‘na fatica le rime.
Stracco
l’endecasillabo
sbadija
er verso sciolto
Massimo Bardella, Poesie romane postume, Printì srl, Manocalzati (AV) 2021
Massimo Bardella (Roma 1933), poeta romanesco, finissimo dicitore, conoscitore esperto della storia della cultura nella capitale – patrimonio, questo, che coltiva e trasmette con un gusto straordinario per l’aneddotica e l’affabulazione – è autore, tra l’altro, di scritti inediti. Tra tutti vanno menzionati: Immaginare a Roma (Saggio storico-letterario sul poeta Giuseppe Gioachino Belli); Poesie d’amore brevi; Poesie pe’n sabbato sera, 2007; Poesie romane, 2007; Poesie d’amore corte, 2006; Appunti e spunti (60 Haiku, Natale 2007); Acqua de mare e altre poesie, 2007; Un po’ de nebbia e altre poesie, 2008; Pazzienza, core mio… e altre poesie, 2008; Prima stesura (25 racconti).