Poesie romane postume di Massimo Bardella

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

Massimo Bardella (a destra), aprile 2013

Gli anziani, un tempo potere e guida di città e oggi impaccio, peso o indifferenza, si ribellano a volte, e senza armi né grida, utilizzando forme d’arte più diverse, danno ancora lezione, nel pensiero e nella vita.

È il caso del poeta Massimo Bardella, figlio d’arte di Carlo  (1903-1981), protagonista nel gran teatro della poesia romana, ben consapevole che “di Dell’Arco ce n’è uno/ tutti l’artri so’ nessuno”: sempreché l’imitatore al quale dedica questi salaci versi non sia proprio lui stesso, cosa che gli renderebbe onore, ma non certo giustizia.

La sua poesia è dialettale – romana, non romanesca – senza scivolare in arcaismi o vezzi d’accademia, breve nella composizione e nel verso al suo interno, ritmica, efficace nel suggerire immagini e situazioni, nonché sentimenti, senza spreco di parole. Per questo, il dialetto è agile e scivola come un buon bicchiere di Frascati doc, senza nulla togliere al sonetto, allo stornello o altre valide composizioni di autori dialettali.

Ecco, dunque,  i primi insegnamenti del Bardella poeta (e non solo): non è necessaria una “manfrina” di parole perché una poesia dica, e susciti, stupore ed emozioni; secondariamente, a Roma, ormai, il romanesco – pur apprezzando chi lo continua a curare e raccontare come esempio di una romanità “storica” e psicologica, più che come dialetto – non si parla e non si sente più, se non in particolari manifestazioni o nei dizionari specialistici. Beninteso, l’Autore non disdegna alcune espressioni, senza le quali il titolo non sarebbe giustificato: giunta, cucchiara, cocommero, er, ner, je, gnente, voja, cunnola, pommidoro, spazzio, slonga, fiottano, scuffia…e tante altre che, inserite con misura e quasi “anniscoste” dalle altre parole, si assaporano e fanno gustare tutto il resto.

Nè dimentica il Bardella, la “galassia di poeti romaneschi/Un ricco dopoguerra/de cene letterarie/ de premi/ de medaje similoro” cioè un mondo letterario perduto in seguito al tramonto di un’epoca, non tanto per la mutazione letteraria, ma del costume e dei valori di vita, in seguito – come afferma lui stesso – alla venuta di “un certo Pasolini”.

La sua poesia è un indulgere alla nostalgia per il tempo necessario all’esigenza dell’età e all’esercizio della memoria “un ripesca’/ e incolla” peraltro analogo alla scrittura poetica; pochi strumenti, “la penna …’na risma de carta/ filigrana” gesti essenziali per ricordi ineludibili e per una poesia asciutta.

E ancora, Massimo Bardella sottolinea la lezione della Storia, spesso inascoltata da chi non la conosce o si reputa al di sopra di essa, pensando di poter determinare il proprio e l’altrui futuro: ecco i versi della sezione finale “Arma virumque cano” e in particolare la poesia “In hoc signo vinces”, nella quale, con la consueta levità e arguzia, “famme finì/ ‘sto goccio/ e te ricconto/ come agnede er fatto.” il narratore sovrappone i piani temporali, accostando la battaglia tra Costantino e Massenzio con la contemporaneità di guerre e manifestazioni, luoghi e personaggi “Combattenti de tera/ de aria, / de mare./ L’ora der destino/ bussa sur celo/ de la patria:”: ogni spiegazione è superflua.

Infine il titolo, dove “postume” attributo di “poesie romane”, si presta a varie interpretazioni: tra tutte, mi piace pensare che queste poesie sopravviveranno a lungo al suo Autore, al quale auguro, con stima, lunga vita.

 

 

Pic nic

 

macché caviale

macché sciampagna.

De pane de Genzano

jotta la bruschetta.

Profumato l’ajo

appollo l’ojo.

Fresco da pergolato

uno sciuro

er Trebbiano.

 

 

 

Sovraccarico

 

come la carta

de antico

documento

sento

sbriciolasse

la memoria

tutto er giorno

un ripesca’

e rincolla.

 

 

 

Legge de natura

 

co’ fatica

stracina

ar formicaro

‘na pajuca

la formica.

Pajuca pe’ pajuca

m’è compagna

la formica.

 

 

Accademia Tiberina

 

avaro de parole

er dialetto

romanesco

parla così

come se magna.

“Or mi sovvengo

d’avere il dizionario

povero, dismesso.

Oh, come vasto

sarebbe il mio desìo

d’ingemmar corrusco

aprìco, pertinace

il verso mio”

 

 

 

 

Mosceria

 

anziana

la mamma

smuntina

la fija

quattro pastarelle

tristarelle

du’ cornetti

sgonfiatelli

gusto vario

carammelle

languido er caffè

sa de gentilezza

bordo celeste

la tazzina

me ricorda

Teresa de Calcutta.

 

 

 

Riposo

 

terzine

quartine

‘na fatica le rime.

Stracco

l’endecasillabo

sbadija

er verso sciolto

 

Massimo Bardella, Poesie romane postume, Printì srl, Manocalzati (AV) 2021

 

Massimo Bardella (Roma 1933), poeta romanesco, finissimo dicitore, conoscitore esperto della storia della cultura nella capitale – patrimonio, questo, che coltiva e trasmette con un gusto straordinario per l’aneddotica e l’affabulazione – è autore, tra l’altro, di scritti inediti. Tra tutti vanno menzionati: Immaginare a Roma (Saggio storico-letterario sul poeta Giuseppe Gioachino Belli); Poesie d’amore brevi; Poesie pe’n sabbato sera, 2007; Poesie romane, 2007;  Poesie d’amore corte, 2006; Appunti e spunti (60 Haiku, Natale 2007); Acqua de mare e altre poesie, 2007; Un po’ de nebbia e altre poesie, 2008; Pazzienza, core mio… e altre poesie, 2008; Prima stesura (25 racconti).