Poesie per un anno 262 – Corrado Govoni

di Francesco Paolo Memmo

 

Corrado Govoni (29 ottobre 1884 – 20 ottobre 1965) era un contadino del delta padano. Autodidatta con l’istinto del poeta, pubblicò diciannovenne, nel 1903, le sue due prime raccolte: «Le fiale» e «Armonie in grigio et silenzio». Due raccolte nello stesso anno possono fare impressione, ma Govoni, proprio perché era poeta innanzitutto per istinto, era anche un poeta torrentizio: in vita ha pubblicato 25 libri, oltre duemila poesie, lasciando per sovrammercato mucchi di inediti che solo parzialmente sono stati pubblicati dopo la morte.

Aver esordito nel 1903 lo pone in cima alla cronologia dei poeti del Novecento, ma egli è non solo per questo davvero il primo poeta novecentesco: nasce infatti non carducciano, non dannunziano, non pascoliano. Non è un epigono ma semmai un anticipatore: i poeti crepuscolari, ad esempio, troveranno già predisposto da lui il catalogo dei loro temi, dei loro oggetti, la musica in sordina, i colori sfumati (e la poesia che qui oggi propongo offre un elenco esaustivo di tale repertorio ‘in minore’): Armonia in grigio e silenzio, appunto.

Dopo di che, Govoni ha attraversato tutta la poesia del secolo scorso, trovandosi compagno di strada un po’ di tutti ma rimanendo sempre ai margini, non intruppato in mode, scuole, correnti, un po’ come quei corridori che facevano un tempo il Giro d’Italia da isolati, senza sponsorizzazioni. Ha avuto una stagione futurista senza avere né l’anima né l’ideologia del futurismo; è stato in qualche misura un pre-ermetico ma non ha mai saltato il fosso dell’ermetismo, nel dopoguerra per un momento ha vinto in lui una vena civile che in realtà gli era estranea e però era legata a una tragica vicenda familiare: la morte del figlio Aladino trucidato alle Fosse Ardeatine (lui, il padre, fascista durante il ventennio e apologeta di Mussolini in almeno due imbarazzanti libri; il figlio, comunista e militante del gruppo trotzkysta Bandiera Rossa).

Govoni è stato dunque eccentrico rispetto allo svolgimento della poesia italiana del Novecento che lo ha visto non protagonista ma outsider di rango, con la sua ironia a volte dolce a volte corrosiva, col suo mai esagerato surrealismo, con le sue immagini soprattutto visive.

Da lui hanno attinto molti più poeti di quanti si potrebbe immaginare. In questo senso, l’elogio più grande glielo ha fatto Leonardo Sinisgalli quando ha scritto: «Bisognerà rendere giustizia al vecchio Govoni. Govoni c’incantava con la sua mercanzia venduta a buon prezzo… Il bambino e il vecchio trovavano sempre qualcosa che avevano desiderato per un anno intero. Verrà, pensavano, il signor Govoni con la sua bancarella»
L’idea di un venditore ambulante di poesia: non male.