Poesie per un anno 386 – Cesare Ruffato

di Francesco Paolo Memmo

 

Cesare Ruffato (3 marzo 1924 – 23 novembre 2018), padovano, docente di radiologia e radiobiologia, ha pubblicato un numero così grande di raccolte poetiche, in un lungo arco di tempo – da «Tempo senza nome» (Rebellato, 1960) a «Salterio bianco» (Hebenon-Mimesis, 2006) – che è impossibile elencarle tutte. Mi limito a citarne alcune: «Cuorema», (Rebellato, 1969), «Caro ibrido amore» (Lacaita, 1974), «Minusgrafie» (Feltrinelli, 1978), «Parola bambola» (Marsilio, 1983), «Trasparenze luminose» (Società di Poesia, 1987), «Lo sguardo sul testo» (Campanotto, 1995), «Etica declive» (Manni, 1996), «Il poeta pallido» (Marsilio, 2005).

Tra i maggiori poeti sperimentali italiani, Ruffato anche nel libro da cui traggo il testo che qui oggi propongo (il primo della sezione «La giiusta ricreazione»), si avventura in labirinti lessicali di grande ricchezza da cui emergono paesaggi inquietanti, e il discorso, sorretto da una “sintassi slogata” (così la definisce Romano Luperini nella prefazione), tende a sfrangersi e a ricompattarsi continuamente, passando, man mano che si procede nella lettura, «da un surrealismo freddo, irrrigidito e atonale, a una più complessa orchestrazione di temi esistenziali, lirici, sociali e narrativi» (ancora Luperini).