Di Patrizia Cavalli (17 aprile 1947 – 21 giugno 2022) rimane per me memorabile il libro d’esordio («Le mie poesie non cambieranno il mondo», Einaudi, 1974), con quei versi programmatici che affermano contemporaneamente l’inutilità della poesia (almeno a un livello che non sia, eventualmente, privato) e la sua necessità: «Qualcuno mi ha detto / che certo le mie poesie / non cambieranno il mondo. // Io rispondo che certo sì / le mie poesie / non cambieranno il mondo».
Insieme alle due raccolte successive («Il cielo», 1981, e «L’io singolare proprio mio», 1992) quel primo libro formò le «Poesie (1974-1992)», Einaudi, 1992, nelle quali la scrittura della Cavalli si conferma sempre più come fortemente legata a una dimensione di quotidianità, aliena da ogni tentazione di eloquenza, con un “io” che si pone al centro del discorso poetico nel tentativo di colmare il vuoto che vede intorno a sé: «E poi la cosa più stupefacente / è che noi siamo parenti del niente».
Sempre in bilico tra speranza e disperazione, fra ironia e pathos, fra esaltazione e dissacrazione, si arriva all’ultima raccolta, «Vita meravigliosa» (Einaudi, 2020), con questi versi che testimoniano della fine imminente: «E me ne devo andare via così? / Non che mi aspetti il disegno compiuto / ciò che si vede alla fine del ricamo / quando si rompe con i denti il filo / dopo averlo su se stesso ricucito / perché non possa più sfilarsi se tirato. / Ma quel che ho visto si è tutto cancellato. / E quasi non avevo cominciato».
