Poesie per un anno 7 – Emilio Villa

di Francesco Paolo Memmo

 

Emilio Villa, nato nel 1914, è morto il 14 gennaio 2003.

Chi volesse addentrarsi negli ardui meandri della sua opera ha da qualche anno a disposizione il corposo volume de «L’opera poetica», a cura di Cecilia Bello Minciacchi, postfazione di Aldo Tagliaferri, L’Orma Editore, Roma 2014; e, ancora di Tagliaferri, «Il clandestino. Vita e opere di Emilio Villa», Mimesis, Milano-Udine 2016.

Mi appoggio a questi due dati bibliografici perché è impossibile parlare in poche righe di un poeta come Villa.

Anche la poesia che pubblico per ricordarlo nell’anniversario della morte è soltanto in minima parte rappresentativa della sua opera: ho dovuto sceglierla necessariamente fra le più brevi e fra le meno linguisticamente oltranziste (lui che nei suoi versi accoglieva lingue vive e lingue morte, gerghi, dialetti, parole inventate, recuperi etimologici, con un’operazione che rifugge fieramente da qualsiasi moda – ed è proprio per questo che, a dispetto della sua eccezionale statura, è sempre rimasto un corpo estraneo rispetto al corso preso dalla poesia italiana nel Novecento: un “clandestino”, appunto).

Ma si tratta di una poesia ancora degli anni ’40, e le date vogliono dire qualcosa!

«Sono questi gli anni in cui l’io lirico (e, in una prospettiva più ampia, l’enunciatore) tramonta, portandosi dietro il suo fardello di situazioni esistenziali, mentre l’enunciazione viene delegata a significanti sempre più autonomi che diventano soggetti essenzialmente ritmico-lessematici della poesia» (Aldo Tagliaferri).