Antonio Ricci (18 luglio 1952 – 23 giugno 1987), abruzzese di Guardiagrele, si trasferì nel 1971 a Roma per frequentare la Facoltà di Architettura e qui, come architetto, lavorò alle dipendenze del Comune. Fece parte dal 1977, insieme a Tommaso Di Francesco e altri, del Collettivo di poesia “Valore d’uso”, partecipando poi anche alla fondazione del quadrimestrale “Oceano Atlantico”.
Due le sue raccolte poetiche (a parte un paio di ciclostilati autoprodotti): fece in tempo a pubblicarne una prima della sua improvvisa e precoce morte («L’ora illegale e altre poesie», Quaderni di Barbablù, Siena 1983); l’altra, comprendente versi editi e inediti, uscì postuma col titolo «L’Aria» (Il Lavoro Editoriale, Ancona, 1988) e l’avallo prezioso di Giorgio Caproni che ne dettò la prefazione: «“Vedi?” mi diceva il mio buon professore d’italiano, disegnando a mano libera un perfetto O di Giotto. “La poesia è un cerchio, e di questo cerchio si può essere al centro come su un punto qualsiasi del raggio, fino a toccare la circonferenza. Ma basta esserne un millimetro fuori (un decimillimetro o ventimila leghe, non importa) perché all’istante la poesia si tramuti in più o meno buona letteratura in versi. Cioè perché la poesia si dissolva. Non esista più”. Ora, in base a questo strambo metro, non mi perito d’affermare che, nel cerchio, Antonio Ricci c’è. In quale punto preciso, non saprei dirlo, ma sicuramente – ed è quel che conta – c’è».
