Gian Pio Torricelli (6 settembre 1942 – 13 novembre 2018), modenese, fu attivo negli anni Sessanta del secolo scorso nell’ambiente culturale emiliano. Collaborò a “Malebolge”, la rivista fondata nel 1964 da Corrado Costa, Giorgio Celli e Adriano Spatola; nel 1966 partecipò al Convegno di La Spezia del Gruppo 63; pubblicò una raccolta di poesie («Dunque Cavallo», Sampietro, Bologna 1965) e un bizzarrissimo libro («Coazione a contare», Lerici, Milano 1968), espressione della più sfrenata neoavanguardia, costituito soltanto, per 75 pagine, dalla successione dei numeri, scritti in lettere, da uno a cinquemilacentotrentadue, con quest’ultimo numero che nell’ultima pagina viene ossessivamente ripetuto, con l’aggiunta di un ulteriore “cinque”, segno che la serie potrebbe andare ancora avanti all’infinito.
Per una serie di sfortunati equivoci mai ben chiariti (forse solo perché, sorpreso a fumare uno spinello, reagì in modo scomposto all’arresto), fu ricoverato proprio alla fine di quel decennio nel manicomio di Reggio Emilia da cui uscì per effetto della legge Basaglia solo alla fine degli anni Settanta. Per più di dieci anni rimase segregato nella sua casa natale, quindi, dopo la morte dei genitori, trovò ospitalità in un pensionato per anziani fino alla morte.
L’esistenza tormentata di Torricelli è ricostruita nel libro di Caterina Fantoni «Dunque Torricelli» (Artestampa, Modena, 2015), con il titolo che ricalca quello della raccolta del 1965, da cui traggo il testo che qui oggi propongo, la cui prefazione era firmata da Adriano Spatola che in quei testi linguisticamente così provocatori avvertiva una certa “schizofrenia controllata”.
Fu comunque nel silenzio in cui definitivamente si chiuse dopo l’esperienza manicomiale l’estrema protesta di Torricelli, il suo drammatico atto d’accusa contro il mondo.
