Silvia Batisti (25 agosto 1949 – 9 febbraio 2022) nata a Greve in Chianti, vissuta all’Antella (una frazione di Bagno a Ripoli, in provincia di Firenze), autodidatta, ha fatto la parrucchiera, l’operaia metalmeccanica, la magazziniera, la dattilografa, la correttrice di bozze. È stata redattrice di «Salvo Imprevisti» e con Mariella Bettarini ha curato «Chi è il Poeta?» (Gammalibri, Milano 1980), un libro in cui alcuni dei maggiori poeti italiani erano chiamati a rispondere a una serie di domande sul senso del loro mestierre in quel periodo storico.
È autrice di romanzi («Una lunga stagione», Savelli, Milano 1980; poi Editori del Grifo, Montepulciano 1988: «Morte per acqua», ivi 1991), di un libro-inchiesta («Polvere di stelle. Indagine sul rapporto “questione femminile”-celebrità«, Gammalibri, Milano 1979) e di due raccolte di versi: «Di pari passo» (Quarto Mondo, Firenze 1971) e «Costruzione per un delirio» (Quaderni di Salvo Imprevisti, Firenze 1975).
Le mie notizie su di lei si fermano qui, agli anni Ottanta del secolo scorso.
Il libro del 1975, da cui traggo la poesia che di lei oggi propongo, si avvale di una prefazione di Giorgio Barberi Squarotti che sin dall’inizio riesce a comunicare il senso di questa poesia così compromessa col clima che allora si respirava, non solo in letteratura, per cui essa si configura come il resoconto di una malattia che è non solo personale ma storica: «La poesia di Silvia Batisti appare intesa con continua inquietudine a trovare una voce per le due istanze che la sommuovono dentro, senza requie: un perpetuo esame di coscienza che si riverbera sulle situazioni di una vita duramente compressa, di una società oppressiva e maligna, di una condizione del mondo ambigua, incerta, sospesa fra desolazione e orrore, fra crudeltà e rinuncia; e gli scatti di un’angoscia tesa, acre e aspra, percorsa da segni dolorosi e da reazioni nevrotiche, e oggettivata, nei momenti più alti, in un’ottica distorta, febbrile, che deforma accanitamente ogni parvenza, fino a creare un’atmosfera d’incubo, in cui si perde quasi vaneggiando la mente».
