A un mese dalla sua scomparsa, un ricordo di Michele De Luca (28 maggio 1954 – 24 luglio 2026), nato a La Spezia e vissuto in Liguria e a Roma dove ha insegnato all’Accademia di Belle Arti, affiancando al suo importante lavoro di pittore (“pittore della luce” è stato definito) quello della scrittura poetica che trova la sua sistemazione nel volume «Altre realtà. Poesie 1982-2007» (Quasar, Roma 2008), seguito da «Parvenze» (Eureka Edizioni, Corato 2017) e dal volume antologico «Nei mondi», curato nel 2024 da Anna Imponente per Gangemi Editore.
Della prefazione di Stefano Giovanardi a «Altre realtà» mi piace citare la conclusione, là dove il critico afferma che se «è vero che la poesia di De Luca può esser letta come una poetica esplicita della sua pittura, è anche vero che essa si conquista sul campo una profonda autonomia, una voce inconfondibile che dalla pittura potrebbe anche prescindere del tutto. In fondo, se un fil rouge esiste nei versi di questo quarto di secolo, credo che esso vada cercato nello scacco progressivo dell’argomentazione e nella progressiva eclissi delle forme verbali, collocate nelle prove più recenti quasi esclusivamente nei rari incisi o nelle ancor più rare subordinate di uno stile nominale sempre più invasivo e lucidamente orientato […]. Il verbo per definizione “predica”, dirime, istituisce gerarchie di significato. La sua scomparsa conclude a un catalogo tragicamente indiscriminato e tendenzialmente infinito, come fosse una strategia di accerchiamento del reale che si sa già perdente, perché quel che si cerca di accerchiare e circoscrivere è una verità per definizione e per faticosa acquisizione intellettuale fatalmente negata. E in questo Michele De Luca, niente affatto “postmoderno”, si riconnette alle stimmate più autentiche della grande poesia novecentesca, al suo sottile disincanto, alla sua asciutta disperazione».
(La poesia che qui propongo porta nell’indice la data: 2003).
