Poesie per un anno – 549- Luigi Amendola

Recensione di Francesco Paolo Memmo

 

Luigi Amendola (20 agosto 1951 – 1997) è morto presto, troppo presto, e le sue poesie, prima disperse o inedite, sono rimaste patrimono di un ristretto gruppo di amici fino a pochissimi anni fa quando sono state strappate all’oblio trovando sistemazione nel prezioso volume «Lettera a Telemaco» pubblicato nel 2022, a cura di Giulia Anania, dall’editore Bizzarro Books, con una nota introduttiva di Francesco Piccolo che di Amendola sottolinea, come tratti distintivi, l’umana pacatezza e lo sconfinato amore per la letteratura, «senza chiedere troppo in cambio». «Era questo – scrive Piccolo – che mi comunicava ogni volta che lo vedevo, che lo sentivo parlare con quella sua voce piana, accogliente, senza mai alterarsi per nulla». Ed è un’osservazione, questa, che va oltre il dato caratteriale e si addice perfettamente anche ai versi di Amendola: che parlano al lettore con voce pacata e testimoniano di un’attenzione, da parte dell’autore, ai dati anche minimi dell’esistenza, per cui la poesia si fa strumento di comprensione di sé e conoscenza del mondo: «La penna è il sismografo / della mente». Che registra crolli e ferite e sconfitte, le lacerazioni e le cicatrici che restano, ma non cede alla disperazione: «Ce la farò, Lilly, / per i tuoi occhi verdi / e le mani tese dei figli / sarò appiglio, roccia, scoglio, / schiena di pachiderma / mite e inaffondabile».