Poeta di assoluto valore, fra quelli nati negli anni Sessanta del secolo scorso, è il salernitano Maurizio Marotta (1963 – 17 agosto 2020) il quale, dopo la pubblicazione di due brevi raccolte («I cappotti morti», 1989, e «Il cielo dai balconi», 1991) decise di scomparire quasi del tutto dalla scena letteraria. A sette anni dalla morte, Roberto Deidier ha riunito quei versi editi, e altri che Marotta aveva lasciato ordinati nel suo computer, in un bellissimo volume da lui curato – «Ombra da viaggio. Poesie (1983-2017)», Giometti & Antonello, 2024 – che contiene anche poesie inedite e disperse scritte a partire dai primi anni Ottanta e in aggiunta alcune traduzioni.
«Ombra da viaggio» è il titolo che Marotta aveva dato a quella che sarebbe dovuto essere la sua terza raccolta: un «viaggio» dentro di sé, lui che aveva deciso di farsi «ombra». Ci sono alcune righe dell’introduzione di Deidier che penso possano riassumere il senso della poesia di Marotta, che «riafferma in ogni suo singolo segmento questa altalena tra individuale e collettivo; lo sguardo del poeta scorre dall’alto al basso, dalle libertà celesti alle fatiche quotidiane senza soluzione di continuità. E in quel discendere penetra infine nelle zone più intime, invitando il lettore a farsi carico di vecchie e nuove responsabilità. Lo fa senza esibire bandiere, senza proclamare manifesti o emanare interdetti; lo fa partendo dal recinto più immediato delle esperienze famigliari, ampliandolo, facendone emblema, modello di un disagio più ampio».