Poesie per un anno – 546 – Elsa Morante

Recensione di Francesco Paolo Memmo

 

Di Elsa Morante (18 agosto 1912 – 25 novembre 1985) narratrice voglio citare soltanto i suoi tre libri a mio avviso più significativi: «Menzogna e sortilegio» (il primo e già perfetto romanzo, che nel 1948 la rivelò all’attenzione della critica e che ancora oggi molti considerano la sua prova più riuscita); «L’isola di Arturo» (del 1957: il libro che personalmente più amo, il primo suo che lessi – e fu come una folgorazione, un momento di consapevolezza e di passaggio ad una diversa fase dell’esistenza); «La storia», infine, che nel 1974 rappresentò un vero e proprio caso letterario, dividendo la critica ma non il pubblico che ne decretò uno straordinario successo.

Ma tra le opere fondamentali della Morante c’è anche un libro di poesie, anzi di “poemi” e “canzoni”, che è anche, certo, “romanzo”, ed è anche, come l’autrice voleva, “autobiografia”: dico, «Il mondo salvato dai ragazzini», uscito nel ‘68, in pieno Sessantotto, con protagonisti i “ragazzini”, appunto, i Felici Pochi che sono il “sale della terra” e nei quali può essere riposta la speranza del mondo da salvare; a loro si oppongono, con tutte le armi possibili, dalla repressione all’indifferenza, gli Infelici Molti che detengono il potere, che hanno consegnato ai ragazzi un mondo talmente inabitabile da costringere molti di loro a quella “fuga dalla vita” che può essere il suicidio o la droga ma che in ogni caso fa comodo al Potere. I Felici Pochi sono quelli che resistono, che sanno guardare il mondo con occhi non ancora viziati; e ci riescono, quando ci riescono, proprio in quanto ragazzi: perché “diventare adulti” è il vero rischio.

Di questo libro non avrebbe senso citare qui soltanto un piccolo frammento. Preferisco allora proporre una delle poesie comprese in «Alibi», la raccoltina pubblicata da Longanesi nel 1958 e più volte ristampata (da ultimo nella collana ET Poesia di Einaudi nel 2012): poesie di un album, scrive Cesare Garboli, «ma un album visitato da una tristezza veggente di chiromante pazza, che interroga, cieca, le linee confuse e arruffate del suo destino, senza riuscire ad afferrarlo, perché quello che la tradisce e le manca sono proprio il cinismo, l’astuzia e il terra-terra del mestiere. Diversamente da ogni altro album di poesie femminili, l’argomento di “Alibi” non è la memoria o il diario dei fatti del cuore; protagonista è sempre il futuro, la conoscenza, la divinazione, la spiegazione data a se stessa di un destino sempre più simile a una condanna e a un inferno».