Cosimo Giorgieri-Contri (16 agosto 1870 – 14 febbraio 1943), di aristocratica famiglia toscana, esordì a soli diciassette anni con una raccolta («Versi tristi», Fratelli Pozzi, Torino 1887) che per qualche aspetto sembra anticipare la stagione crepuscolare, anche se con ancora evidenti influssi dannunziani. Fu attivo nel campo della poesia per circa un ventennio, fino al riassuntivo volume «Il convegno dei cipressi ed altre poesie (1895-1920)» (Zanichelli, Bologna 1922) che segna la fine di quell’esperienza. Si dedicò successivamente alla narrativa con opere che, inserendosi nel filone dei “romanzi scandalosi” di Guido Da Verona e Lucio D’Ambra, ottennero un certo successo di pubblico.
Certo, è quella prima stagione poetica (neppure nel suo intero svolgimento, ma limitatamente alle raccolte più antiche) quella che oggi più può, storicamente interessare, con quel suo tono “in minore”, intimista, malinconico, persino un po’ troppo estenuato, in sintonia con un tempo grigio in cui i sogni sono “franti” e “vani” e tutto sembra divenire precario.
