La produzione poetica del veronese Rudy De Cadaval, all’anagrafe Giancarlo Campedelli (1º gennaio 1933 – 13 agosto 2021), è così ricca di titoli che non sono sicuro di riuscire a citarli tutti: «Cocktail di poesie» (Zanetti Editore, 1959), «Calvario della mia vita» (Il Cavalluccio, 1962), «L’ultimo chiarore della sera» (Nuova Accademia, 1965), «Stagione delle malinconie» (Editrice dei Quattro, 1966), «Schiavo 1933» (Forum/Quinta Generazione, 1979), «Poesie d’amore» (Severgnini Editore, 1983), «Colloquio con la pietra» (Guanda, 1985), «L’albero del silenzio» (Edizioni del Leone, 1988), «Viaggio nello specchio della vita» (I.L.T.E., 1994), «Il muro del tempo» (Lineacultura, 1998), «Muro di pietra» (Libroitaliano Edizioni, 2000), «Mi assolvo da solo» (Gabrieli Editore, 2004), «L’ultimo uomo» (I.L.T.E., 2004), Selected Poems (traduzione di O. Manduai Bembi, LLC, 2010) e infine, postuma, «La falsa porta» (Edigrafema Editrice, 2022).
Tra i primi ad accorgersi di lui fu Giuseppe Ungaretti: «La musica del De Cadaval, non la sua musicalità, è qui, in questo costante e tenace pervenire a un silenzio che è poi il fine stesso della musica nel suo senso più alto e più profondo, e che in definitiva è il silenzio impassibile della verità assoluta, non raggiungibile forse per altra via, pena il decader nei rumori della retorica o negli stridori della logica, che non sia quella della sua medesima realtà, e perciò intraducibilità. Perché la Poesia del De Cadaval non è un commento alla vita, ma è vita».
