Enzo Fabiani (11 agosto 1924 – 22 marzo 2013), nato a Torre (Fucecchio), entro un paesaggio naturale e artistico poi rimasto sempre vivo nella sua memoria, si trasferì prima a Firenze, dove entrò in contatto con l’ambiente culturale decisivo nella sua formazione, e poi, negli anni Sessanta, a Milano dove trovò lavoro come giornalista del settimanale “Gente”, affiancando a questa una parallela attività di narratore e poeta, con raccolte che, alla loro uscita, ricevettero un certo interesse critico (poi ci fu la dimenticanza, come sempre, o quasi): «Il legno verde» (Cappelli, 1957), ««L’anima in fiamme» (Scheiwiller, 1959), «Di fronte al nemico» (Del Duca, 1961), «Nomen» (Mondadori, 1965), «Le ferite» (Rusconi, 1969), «L’Ordinotte» (Rusconi, 1978), «Beati gli amori» (Pandolfo, 1979), «Nel canto del fuoco» (Ca’ Spinello, 1980), «La sposa vivente» (Edizioni Trentadue, 1991), «Devoto dei prodigi» (Bandini, 1994), fino alla riassuntiva «Il cammino e la pietà» (Connect Edizioni, 2000), contenente i versi scritti dal 1954 al 1999. Postuma, con testi inediti, è «La via fonda» (Edizioni dell’Erba, 2021).
La poesia di Fabiani è espressione di uno spirito inquieto, che cerca caparbiamente risposte a domande di ordine morale e religioso che ne tormentano l’anima, e la scrittura – densa, precisa nel suo scavo – diventa essa stessa strumento di conoscenza. «A Fabiani occorre riconoscere una pronuncia di grande impatto materico, una capacità d’impeto, di percussione linguistica davanti alla quale non sembra improprio né azzardato citare il nome di quello che è d’altronde il suo modello dichiarato e quasi il suo idolo, Clemente Rebora. Basterebbe questa decisa scelta di campo a fare di Fabiani un caso insolito e interessante; ma c’è dell’altro, e cioè una franchezza di voce che nonostante le conseguenze, gli imprevisti di un regime espressivo torrentizio lo pone nettamente al di sopra della buona produzione corrente» (Giovanni Raboni).
