Poesie per un anno – 517 – Federico De Maria

Recensione di Francesco Paolo Memmo

 

Federico De Maria (21 luglio 1883 – 1º aprile 1954) fondò nel 1905 a Palermo, dove era nato, una vivace e coraggiosa rivista letteraria, “La Fronda”, che propugnava una forte esigenza di rinnovamento, in polemica con gli esiti tardoottocenteschi della triade Carducci-Pascoli-D’Annunzio. Di qui l’adesione al movimento futurista, che tuttavia fu abbastanza marginale e poco duratura, per cui, dopo le prime tre raccolte («Voci. Poema della natura», Remo Sandron Editore, Milano-Palermo-Napoli 1903; «Le canzoni rosse», ivi, 1904; «La leggenda della vita», Edizioni di “Poesia”, Milano 1909), De Maria decise di abbandonare l’esercizio della poesia. Lo riprese solo negli anni Trenta, con raccolte, di stampo molto più classico, assai meno interessanti rispetto alle prime: «La Ritornata» (Studio Editoriale Moderno, Catania 1932), «L’Estate di San Martino» (Trimarchi, Palermo 1935), «Liriche dei tempi» (Reber, Palermo 1939), «Sillabe» (Berben, Modena 1949), «Incantesimo del fuoco» (Corbaccio, Milano 1952).

Rimane l’interesse per la fase iniziale, in una temperie di simbolismo liberty, di cui la poesia che qui oggi propongo è fortemente emblematica. Nel libro d’esordio, in particolare, De Maria racconta «situazioni di passionalità estrema, scritte intersecando il livello degli asserti logici a quello delle figurazioni (tra le quali non a caso prevale quella della piovra, emblema che fa coincidere lo zoomorfo con il fitomorfo, connotando allucinazioni e incubi da frustrazione), per comporre un suo canzoniere liberty fortemente motivato dallo scacco e dalla insoddisfazione […] cioè nella spasmodica ricerca masochistica della ‘femmina perversa’ voltata in vittima, ovverosia nella mitologia della perversità innocente portatrice della malattia socialmente ‘abbietta’ come rifugio, soluzione, salvazione» (Glauco Viazzi)