Poesie per un anno – 509 – Paolo Prestigiacomo

Recensione di Francesco Paolo Memmo

 

Un testo di Paolo Prestigiacomo (8 novembre 1947 – 12 luglio 1992) per ricordarlo nell’anniversario della sua precoce scomparsa e per segnalare l’uscita del libro che, per le amorevoli cure di Gabriella Sica, ne raccoglie tutta l’opera in versi, edita e inedita («Poesie 1964-1981», Interno Poesia, 2026), offrendo finalmente un ritratto compiuto dell’autore siciliano trapiantato a Roma.

Il saggio introduttivo di Gabriella Sica, lo scritto conclusivo di Andrea Cortellessa, l’appendice con le riflessioni dello stesso Prestigiacomo sulla poesia (la propria, ma non solo), l’apparato bibliografico si rivelano strumenti essenziali per la conoscenza di un poeta che ancora deve essere scoperto: «Nessuno più di lui – scrive Cortellessa –, fra i poeti della sua generazione, ha voluto detronizzare la poesia dei suoi lussi a buon mercato, e delle sue tenere smancerie; nessuno quanto lui ha voluto usarla come un batiscafo, invece, per sprofondare nei recessi più insondabili della lingua e dell’identità; e nessuno, in questo tentativo, ha avuto lo sprezzo del pericolo di sfigurare a tal punto le proprie fattezze».

Prestigiacomo decise di abbandonare la poesia, per dedicarsi esclusivamente alla prosa, quando aveva solo trent’anni. E a quarantacinque anni morì. Anche per questo la sua opera, scrive Sica, in «una vita veloce come una cometa […] ha tutte le caratteristiche del non-finito e dell’incompiuto, che si è tuttavia compiuta in questa mancanza, anticipatrice di una crisi epocale a venire. Un nostro contemporaneo».

La poesia che qui propongo (aderendo all’indicazione di Cortellessa che la considera come una confessione “esemplare”) è tratta dalla raccolta più matura e più “sperimentale” di Prestigiacomo: «Grotteschi», Guanda-Società di Poesia, 1981.

Si noti la forma del sonetto: ma un sonetto sbrindellato, se così posso dire, nei versi diseguali e nello schema evanescente delle rime, in una lingua pure sbrindellata, sospesa fra l’antico e il moderno, e pronta a mutarsi in dialetto. Anche per questo aspetto, documento di un’epoca d’inquietudine e di crisi.