Poesie per un anno – 508 – Giuseppe Bonaviri

Recensione di Francesco Paolo Memmo

 

Torno a parlare di Giuseppe Bonaviri (11 luglio 1924 – 21 marzo 2009), nell’anniversario della sua nascita, per segnalare l’uscita recentissima di un volume di cui davvero si sentiva la mancanza e che raccoglie tutti i suoi versi: «Poesie», a cura di Andrea Gialloreto, con un saggio di Roberto Deidier e una testimonianza di Giuseppina Bonaviri (Le Lettere, Firenze 2026).

Bonaviri è stato innanzitutto un narratore fortemente radicato nella sua terra d’origine (Mineo, in provincia di Catania), nei suoi miti e riti, nella sua natura arcaica (a partire dal memorabile romanzo d’esordio, «Il sarto della stradalunga», Einaudi, 1954), e poi sempre più attento a scandagliare i misteri dell’esistenza, con lo sguardo rivolto verso l’infinito cosmo di cui noi siamo solo minuscole particelle. E dunque il suo mondo si configura in una dimensione magica, panica, visionaria che non ha altri riscontri nella letteratura novecentesca. Così la sua poesia, che si è sviluppata in alcune raccolte che hanno accompagnato le sue opere narrative: «Il dire celeste» (Editori Riuniti, 1976; poi in versione ampliata, «Il dire celeste e altre poesie», Guanda 1979); «O corpo sospiroso» (Rizzoli, 1982); «L’incominciamento», misto di prosa e versi (Sellerio, 1983); «L’asprura» (Edizioni della Cometa, 1986); «Il re bambino» (Mondadori, 1990); «Poemillas españoles ed altri luoghi» (Manni, 2000); «I cavalli lunari» (Scheiwiller, 2004); «L’arcobaleno lunare» (Thule, 2009).

«All’origine e al cuore delle scriture dell’autore siciliano – scrive Roberto Deidier – sta un dato topografico, che è molto di più di un’indicazione di un luogo comunque simbolico: antico e moderno, o meglio arcaico e attuale, melos e racconto, vi si fondono in un’antropologia che sembra aver perdute le sue coordinate più rilevanti, quelle dello spazio e del tempo, per avviarsi con una certa naturalezza verso un futuro che solo la letteratura ha il potere di immaginare».

Narratore-poeta, Bonaviri, o poeta-narratore? Se lo chiedeva già anni fa Piero Bianucci: «queste poesie vecchie e recenti sono una vena autonoma che scorre accanto a quella più larga della prosa, oppure rappresentano qualcosa di più sotterraneo e importante, una sorta di scaturigine primordiale che presiede a tutta la scrittura di Bonaviri? […] mi sembra che la seconda ipotesi sia la più vicina al vero, e lo dimostrerebbe anche quell’aura poetica che attraversa ogni parola dei romanzi, anche nelle parti più insospettabili».