Un mese fa se n’è andato anche Beppe Costa (25 agosto 1941 – 10 giugno 2026), spirito libero e indipendente, editore e libraio coraggioso. Nel 1976 fondò la Pellicanolibri che divenne, nel 1992, una grande libreria nel quartiere di Casalotti, nella periferia nord-ovest di Roma. Non starò ad elencare le innumerevoli iniziative culturali di cui si fece promotore e organizzatore. Mi limiterò a ricordarlo come narratore (a partire da «Romanzo siciliano», Pellicanolibri, 1984) e soprattutto come poeta, autore di numerose raccolte, dall’esordiale «Una poltrona comoda» (Vincenzo di Maria editore, 1970), con un ‘attività che è durata praticamente fino al giorno della morte.
Il libro da cui traggo il testo – quasi un manifesto – che qui oggi propongo («Anche ora che la luna», a cura di Andrea Garbin e Mariaelisa Giocondo, Multimedia, 2010) porta in conclusione uno scritto di Adele Cambria le cui ultime parole vogliono indicare il senso di tutta l’opera di Costa, di queste poesie che «non sono Poesie ma […] un unico Poema d’amore per la Vita, una sorta di cantico dei Cantici postmoderno».
