Poesie per un anno – 506 – Matteo Fantuzzi

Recensione di Francesco Paolo Memmo

 

È trascorso un mese dalla scomparsa di Matteo Fantuzzi (23 giugno 1979 – 9 giugno 2026) che come pochi altri ha inteso l’esercizio della poesia addirittura come un dovere civico di testimonianza e di denuncia.

Farmacista, militante del PD e coordinatore di quel partito nella Bassa Romagna, ha pubblicato due raccolte di versi: «Kobarid» (Raffaelli, 2008) e «La stazione di Bologna» (Feltrinelli, 2017).

La redazione di “Atelier”, la rivista di cui era stato direttore, lo ha ricordato con le parole più giuste: «Se ne va una voce che sapeva leggere il contemporaneo con una lucidità rara, un uomo che ha speso ogni energia per dare spazio e dignità alla parola e ai legami umani. Matteo ha saputo abitare il solco tra la cronaca e il destino, e lo ha fatto con una fermezza e un garbo d’altri tempi».

La poesia che qui oggi propongo ne è una chiara dimostrazione.