Sono passati tre mesi dalla morte di Beppe Sebaste (3 giugno 1959 – 6 aprile 2026), indimenticabile autore di romanzi («Tolbiac», ad esempio, edito da Baldini & Castoldi nel 2002) e di narrazioni più difficilmente classificabili (fino al capolavoro «Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne», Laterza, 2008): «Sebaste è uno sperimentatore, probabilmente un prestidigitatore della narratio» (Alberto Fraccacreta).
Lo ricordo con una poesia tratta da «Come un cinghiale in una macchia d’inchiostro» (Nino Aragno Editore, 2008). Come ha scritto Maria Grazia Calandroe, «quella di Sebaste è poesia che cerca e crea legami, che racconta una vita (la vita) in maniera affettuosa e affettiva, è occasione di vicinanza tra naufraghi, che riescono a cantare insieme una commossa lauda all’esistenza mentre fanno politica o l’amore, perché còlti da un improvviso splendore – e soprattutto perché “niente è più intatto di una rovina” e anche questi versi sono frammenti, emersioni di senso che sporgono da un’acqua profonda e, attratti l’uno verso l’altro dal filo ininterrotto del libro, formano una delle possibili figure del mondo che cerca il mondo vero».
