Nell’ultima, splendida raccolta di Alesssandro Fo, «Luci e eclissi», pubblicata quest’anno da Einaudi, ci sono tre poesie dedicate ad altrettanti poeti coi quali in qualche modo, anche da lontano, ha avuto a che fare e che hanno lasciato in lui una durevole traccia. Due di loro (Elio Filippo Accrocca e Luigi Manzi) li ho conosciuti anch’io, e ricordati in questa mia quotidiana rassegna; il terzo, Massimo Vetta (25 gennaio 1943 – 29 giugno 2008), mi era noto come illustre grecista (ha insegnato per oltre trent’anni Letteratura Greca all’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti), ma non sapevo fosse anche un poeta: ho scoperto, appunto, dal libro di Fo che i suoi versi, ritrovati a distanza di anni dalla sua scomparsa, sono stati pubblicati nel 2018, col titolo «La sedia nel giardino», in un prezioso volumetto curato da Carmine Catenacci e Marialuigia Di Marzio per l’editore Carabba di Lanciano.
Potevo lasciarmelo sfuggire? No. Me lo sono procurato, ed è stata un’autentica sorpresa scoprire un autore così parco, così schivo, ma così profondamente consapevole del valore e della necessità della poesia.
«La poesia – ha lasciato scritto in un appunto che i due curatori riportano nelle pagine introduttive – è uno dei modi in cui l’uomo agisce sulla realtà, la conserva, la riferisce, le crea uno spazio ulteriore, è un atto di costruzione. Costruisce qualcosa su qualcosa (un evento, una sensazione, un ricordo), la poesia nasce dalla memoria e crea memoria (una delle funzioni base della poesia è la conservazione). La poesia complica gli atti fondamentali, i desideri e le paure con un apparato che è di enfasi e di dissimulazione».
Sono parole che faccio integralmente mie, nell’attesa di riprendere il discorso su questo poeta che non merita l’oblio.
