Poesie per un anno – 484 – Dina Ferri

Recensione di Francesco Paolo Memmo

 

Dina Ferri (29 settembre 1908 – 18 giugno 1930) nacque ad Anqua di Radicondoli, nella campagna senese, da una povera famiglia di contadini. Pochi anni dopo i genitori si trasferirono a Ciciano, nel comune di Chiusdino, e la piccola Dina fu mandata ad occuparsi del gregge. Dopo i nove anni, frequentò le prime tre classi delle elementari, ma i genitori le fecero interrompere gli studi e lei tornò a pascolare le pecore. Aiutata da una compagna di classe, continuò a studiare per proprio conto e a sedici anni, dopo essersi tagliata in un incidente tre dita della mano destra, riprese a frequentare la scuola. Un ispettore, accortosi del grande talento e della grande passione che mostrava, dopo aver ottenuto per la famiglia un sussidio annuo dal Monte dei Paschi, convinse i genitori a iscriverla all’Istituto Magistrale nel Collegio di Santa Caterina di Siena. Per Dina furono quelli gli anni più felici, durante i quali cominciò a scrivere poesie che furono notate dal critico Aldo Lusini e pubblicate sulla rivisa “La Diana”. Nel 1929 fu promossa alle Magistrali Superiori ma nell’inverno di quello stesso anno la sua salute fu minata da una grave forma influenzale. A febbraio del 1930 fu ricoverata all’Ospedale di Siena ma tutte le cure si rivelaroni inutili: morì dopo quattro mesi di agonia. Ancora doveva compiere ventidue anni.

In un quaderno, che lei stessa chiamava “Quaderno del nulla”, Dina aveva annotato, durante il tempo della sua breve esistenza, le sue riflessioni e i suoi pensieri, in prosa e in versi. Quelle pagine furono stampate l’anno dopo la morte, col titolo «Quaderno del nulla. Frammenti del diario lirico di una pastorella senese», a cura e con introduzione di Piero Misciattelli, F.lli Treves, Milano 1931. Nel 1999 il libro ebbe una nuova edizione, presso la casa editrice senese Il Leccio, ma oggi disponiamo di una più completa edizione, arricchita di molti inediti: «Quaderno del nulla e altri testi», a cura di Nicoletta Mainardi, introduzione di Marco Marchi, Le Lettere, Firenze 2020.

Scrive Marchi: «È certo che una morte troppo prematura non consentì alla voce della Ferri di dispiegarsi e sviluppare compiutamente un graduale e articolato percorso di crescita e affinamento del suo dono, ma già quello che il suo libro e i testi a esso affiancabili propongono al lettore è sufficiente a situare in maniera significativa e indelebile la sua figura e il suo operato nel panorama della poesia italiana di primo Novecento. Spetta di diritto all’“incompiuto canto” di Dina Ferri questo posizionamento storiografico culturalmente fondato, accertabile sulla base di quelle stesse conoscenze letterarie (la poesia di Pascoli in primis) di cui la giovane poteva disporre e che la sua produzione rende di primo acchito apprezzabili. Un pascolismo a sfondo naturale dipendente in primo luogo da “Myricae” che alla Ferri era possibile originalmente rivivere a contatto con la sua natura, secondo la propria quotidiana esperienza di contadinella vissuta tra i campi, i boschi e le pareti della sua casa».