Di Dario Villa (12 giugno 1953 – 4 marzo 1996) è uscito l’anno scorso il volume («Opera in versi», a cura di Alessandro Giammei, Crocetti, 2025) che ne raccoglie tutte le poesie, anche quelle non incluse nell’edizione di «Tutte le poesie 1971-1994». a cura di Katia Bagnoli (SeniorService Books, 2001), condotta sulla base di un progetto di autoantologia dell’autore stesso.
Nella prefazione Giammei descrive Dario Villa come «un poeta che rimase amichevolmente equidistante da tutte le tendenze letterarie del quarto di secolo che attraversò scrivendo, flanêur timido e sfacciato, lungo il malinconico tramonto dilungato della modernità; un visitatore angelico delle modeste rovine della Storia che Milano ancora non seppelliva tra la fine della guerra in Vietnam e l’inizio di quella nel Golfo. Si tratta di un pacato ribelle sornione, di un tradizionalista estraneo al canone, di uno sperimentatore innamorato dei classici».
Di Giovanni Raboni era la prefazione al libro del 2001, e il suo è un contributo che ancora oggi rimane fondamentale nella bibliografia critica di questo esemplare poeta troppo presto scomparso. Ne riporto l’inizio: «Credo che pochissimi poeti italiani, negli ultimi decenni del secolo appena trascorso, siano stati così costantemente, oserei dire così insistentemente frequentati dalla grazia come l’autore di questo libro: intendendo per grazia, qui, la capacità intrinsecamente tecnica e tuttavia parzialmente inspiegabile di combinare i modi dell’artificio e quelli della naturalezza sino a rendere l’artificio pressoché inavvertibile e la naturalezza esteticamente rilevante. Che Dario Villa sia morto a poco più di quarant’anni dopo una malattia atroce vissuta con una sorta di elegante, quasi dandistico, eroismo è un dato evidentemente esterno ma forse, chissà, non proprio estraneo alla toccante singolarità della sua vicenda espressiva: c’è qualcosa, nella sua voce, che le conferisce la freschezza d’una perenne, incantevole giovinezza ma una giovinezza, si badi, in qualche modo senza tempo, misteriosamente o forse solo ironicamente svincolata dalle contingenze e dai contesti storici, ambientali ecc. ai quali pure è senza dubbio legata o comunque riferibile. È come se fosse, la sua poesia, sempre un passo avanti, sempre un po’ altrove, un po’ oltre rispetto a sé stessa o, per essere più precisi, al sentimento – per altro ben accertabile e persino appassionato – della propria contemporaneità».
