Di Nadia Campana (11 ottobre 1954 – 6 giugno 1985), traduttrice di Emily Dickinson («Le stanze di alabastro», Feltrinelli, 1983; ristampato da SE, 2003), si conoscono le non numerose poesie pubblicate dopo la sua tragica morte («Verso la mente», a cura di Milo de Angelis e Giovanni Turci, Crocetti, 1990; poi in cofanetto, insieme a «Visione postuma» che raccoglie i suoi lavori saggistici, Raffaelli, 2014). I suoi versi dall’andatura nervosa, affannata, sono lo specchio di un’esistenza sempre sul filo, sempre in precario equilibrio: che nella poesia cerca disperatamente ma invano una via di salvezza.
Una poesia impervia, quella di Nadia Campana, ma da assaporare parola per parola, seguendo il ritmo (e le aritmie) del respiro, al di là del senso immediato: «Un lettore abituato a cercare anche in poesia la frase o un insieme strutturato di parole, versi e strofe che lo guidino verso un senso, diciamo pure parafrasabile, davanti a “Verso la mente” deve arrendersi. E sottoporsi a ripetute docce fredde: può inseguire il probabile senso per tre-quattro-cinque versi al massimo. Poi gli sfugge, tanti sono gli scarti, i salti continui, le irregolarità dei versi, dei pensieri, delle immagini. Come se Nadia Campana perseguisse con tenacia esclusivamente le accensioni liriche; e queste bruciassero il loro potenziale in attimi. È, dunque, a poche parole “smozzicate” e quasi criptate che affida il suo riepilogo poetico di vicende, sentimenti e sensazioni»
