Poesie per un anno – 475 – Romolo Quaglino

Recensione di Francesco Paolo Memmo

 

Romolo Quaglino (1871– 6 giugno 1938), milanese, fu un famoso avvocato socialista, amico d’infanzia di Gian Pietro Lucini e, insieme a lui, uno dei primi esponenti del simbolismo italiano.
Queste le sue opere in versi: «I Modi. Anime e Simboli» (Chiesa e Guindani, Milano 1895), «Fior’ brumali» (Sonzogno, Milano 1897), «Dialoghi d’Esteta» (Treves, Milano 1899), «Cibele Madre» (Sandron, Milano-Palermo 1903) «Filotette» (ivi, 1905) «I sonetti a Celia» (ivi, 1911). «Echi ed ombre», (ivi, 1920), «Poesie» (Ospedale Maggiore di Milano, Milano 1939).

Glauco Viazzi, nella sua fondamentale antologia «Dal simbolismo al déco» (Einaudi, 1981), lo colloca nel gruppo degli “Ideosimbolisti, esteti, ermetisti”, ritrovando in lui tracce «di provenienza carducciano-giacobina e tardoscapigliata». Ma dopo le prime raccolte, che di quella temperie culturale sono tra i risultati più significativi, con le successive, e proprio a partire da «Cibele madre», da cui traggo il sonetto che qui oggi propongo, Quaglino passa a una poesia più legata all’ascolto della natura e, come scrisse Giuseppe Lipparini, alla «celebrazione dei miti e della bellezza della terra», non senza una nota di inquieta malinconia.