Poesie per un anno – 472 – Marta Fabiani

Recensione di Francesco Paolo Memmo

 

Marta Fabiani (1953-2014), molto apprezzata da critici come Porta, Raboni, Majorino, esordì nel 1977 con «Maratona», una raccolta di impressionante forza espressiva pubblicata per i tipi della Cooperativa Scrittori. Seguirono: «Poesie» (San Marco dei Giustiniani, 1985), «Nanerane» (in “Poesia”, ottobre 1990), «Ballate dell’odio e del disamore» (Manni, 2002). Tradusse per Guanda, nel 1979, l’epistolario di Sylvia Plath. Fu ballerina e attrice (a New York studiò recitazione all’Actor’s Studio) e giornalista. Scrisse commedie per la Radio Svizzera Italiana. Negli ultimi anni si trasferì in Francia, a Nizza, dove morì, lontana da ogni giro letterario e pressoché dimenticata.
Io continuo a considerare «Maratona» come uno dei libri fondamentali della generazione del dopo Sessantotto, che ancora impressiona per il modo diretto, anche brusco e rude, con cui Marta Fabiani mette al centro della scena, drammaticamente, la donna con il suo corpo, le sue pulsioni, le sue ferite, con incessante volontà di dire, e dirsi, nel modo più diretto possibile, senza infingimenti, e denunciare ogni possibile sopruso, e ribellarsi.
«Questa poesia è fondamentale per più aspetti. La sua nudità la rende vera fino al midollo. I suoi temi la rendono essenziale faro nella notte della ragione. La sua scrittura senza mezzi termini, priva di orpelli e visioni incantate riesce ad elevare questo cumulo fumante di versi. Una scrittura “alta” e d’avanguardia senza dover ricorrere a stratagemmi intellettuali o perifrasi arzigogolate. Pane al pane, vino al vino. Un pugno allo stomaco, […] come dovrebbe sempre essere quando si tratta di scrittura necessaria» (Marco Scarpa).
Il testo che qui oggi propongo è, in corsivo, quello liminare della raccolta.