Poesie per un anno -466 – Vera Gherarducci

Recensione di Francesco Paolo Memmo

 

Vera Gherarducci (26 maggio 1920 – 1980), nata a Bari, frequentò a Roma l’Accademia d’Arte Dammatica Silvio d’Amico, per intraprendere immeditamente una non trascurabile carriera di attrice teatrale (recitò anche nella compagnia di Eduardo De Filippo), radiofonica e cinematografica; un campo, quest’ultimo, in cui maggiormente si distinse come sceneggiatrice e aiuto regista soprattutto nei film diretti dal marito Vittorio De Seta (i più famosi: «Banditi a Orgosolo», 1961; e «Un uomo a metà», 1966).
Due le raccolte di versi pubblicate da Gherarducci, entrambe caratterizzate dal fatto che i testi portano come titolo una data, con l’indicazione di un giorno e di un mese ma non dell’anno: «Le giornate bianche» (All’Insegna del Pesce d’Oro, 1962) e «Giorno unico» (Guanda, 1970).
Scrive Nelo Risi nella prefazione al primo libro: «Versi di una donna, datati. Ma di un calendario senza tempo, appena variato, e da cui la memoria estraesse non fatti e casi notabili della vita ma insopportabili opacità, idee fisse, scatti del cuore e timidi misteri. C’è un modo doloroso di ricordare che, quando espresso non ci appartiene più. […] Non è un compiaciuto avvilimento ma un impulso per stabilire in qualche modo un contatto o di provocare una rottura che si vorrebbe con le proprie forze scongiurare. Con in più l’istinto tutto femminile di mettersi a nudo. Solo una donna poteva scrivere dei versi come questi, indifesi, sgranati, esili e lucidi».
E quanto alle date assunte come titoli, osserva Pier Paolo Pasolini nella prefazione alla raccolta successiva: «Le sue poesie costituiscono […] un diario: anziché titoli hanno date “vere”, quelle che si pongono di solito, ambiziosamente, in calce ai versi, quasi a suggerire i dati di una evoluzione poetica: Al contrario, nella Gherarducci, la data è tutto: è talmente tutto che non significa più una data: è il tabù e il totem del tempo: una benedizione e una maledizione del Dio misterioso del calendario piccolo borghese. Non si capirà mai infatti, neanche a libro concluso. se queste date sono una glorificazione del tempo come luogo, alla fine, della dissoluzione in se stesso, o un esorcismo contro il suo perpetuo essere se stesso».