Poesie per un anno 463 – Franca Maria Catri

Recensione di Francesco Paolo Memmo
Franca Maria Catri (26 gennaio 1931 – 22 maggio 2022), medico di base operante in un quartiere della periferia romana a contatto con la più dolorosa marginalità, ha coltivato per tutta la vita l’esercizio della poesia, a partire dall’esordio del 1954 con «Noi poveri» (Edizioni Conchiglia), cui hanno fatto seguito numerose raccolte che qui si citano senza presunzione di completezza: «Quaderno di un medico» (Rebellato, 1959); «Discorsi del sabato sera» (Liviana, 1966); «Misura d’uomo» (Rebellato, 1975); «Psichiatria di stato» (Fermenti, 1977); «Maschera neutra sulla prima voce» (Rebellato, 1984); «A passi trasversali» (Forum/Quinta Generazione, 1988); «Antinòo» (Mistral, 1990); «Nostra metà notturna» (Gazebo, 1997); «Il corpo il sogno» (ivi, 2004); «La rosa afgana» (ivi, 2009); «Uccelli di passo» (ivi, 2013); «Ti chiedo al vento» (Anterem, 2017). «I poeti del centro Italia. Franca Maria Catri: “Il giusto e l’ingiusto del fiore”» (Macabor, 2020).
Traggo la poesia che qui oggi propongo dalla prima raccolta di Franca Maria Catri: «testo esemplare, perfetto» lo definisce Domenico Adriano in un suo recente ritratto della poeta romana apparso nel sito della Treccani all’interno di una serie dedicata a”poeti veri e dimenticati”. E aggiunge Adriano: «Comprendo bene, ora alla distanza, perché la prima Catri piacque tra gli altri a Corrado Govoni, gigante che inaugura la poesia del nostro Novecento. Un dettato fermo, nel profondo fervido quello di Catri. La casa e l’amore qui sono l’infinito del giorno, preghiera fatta di piccoli comuni gesti ripetuti e mai uguali. E se osserviamo questa poesia come fosse un dipinto, da essa vediamo affacciarsi quali fuochi “mani tranquille”, parole come “tempo”, “mondi”. Il suo canto è limpido, meravigliato sorvegliato, vino ogni volta spillato».