La pubblicazione, sul finire dello scorso anno, de «Le poesie» di Sara Zanghì (1931 – 10 aprile 2018), a cura di Roberto Deidier (Les Flâneurs Edizioni, Bari 2025) rappresenta anche per me la felice occasione di ricordare la poeta siciliana, vissuta per molti anni a Roma, dove ha insegnato e attivamente partecipato al movimento femminista. Dopo aver esordito in età matura con la raccolta «Fort-da» (Il Lavoro Editoriale, Ancona 1986), tenuta a battesimo da Amelia Rosselli che ne dettò la prefazione (ora riprodotta nel volume odierno), ha poi dato alle stampe «Il circo smantellato» (nel volume collettivo «Testarda tregua», Sciascia, Caltanissetta 1987) e «Una sospettata inclinazione» (Empirìa, Roma 1995; nuova edizione accresciuta, ivi, 2002), oltre ad alcuni libri di narrativa, tra cui segnalo «Otto storie di donne» (2011) e «Bronte» (2013), entrambi editi da Empirìa.
Il mondo poetico di Zanghì è dominato dai temi dell’infanzia (con la figura centrale della madre, e l’amata-odiata Sicilia) e dell’amore; si nutre di ricordi anche dolorosi, con una vena amara mai però rassegnata né disperata, anzi capace di abbandonarsi alla gioia dell’incontro e della scoperta.
Quello della Zanghì, scrive Roberto Deidier, è «un canzoniere di ricordanze e il ricordo, oltre a rappresentare un poderoso veicolo metaforico, è anche e soprattutto un potente distanziatore: la scrittura che ne fluisce ha spesso il sapore di un balsamo, l’efficacia di un anestetico; ci aiuta a porre i nostri trascorsi nella giusta cornice, nella prospettiva di una lontananza che ci induce a ricordare – curioso cortocircuito – che è dal presente che rievochiamo, da quell’argine che il tempo ha saputo costruire intorno a noi e alle nostre fragilità».
La poesia che qui oggi propongo fa parte della sezione intitolata “Concedersi una pausa” che arricchisce di trentaquattro nuovi testi la seconda edizione di «Una sospettata inclinazione».
