È morto un anno fa, a 75 anni, stroncato da un male incurabile, Stefano Simoncelli (6 gennaio 1950 – 20 maggio 2025), un poeta che io sento per tante ragioni a me fratello. Nato a Cesenatico, aveva esordito nel 1980 con la raccolta «Via dei Platani», pubblicata nel n. 64 dei Quaderni della Fenice di Guanda insieme a quelle dei suoi grandi amici Ferruccio Benzoni e Waller Valeri con i quali aveva fondato la bella rivista «Sul Porto», molto apprezzata da Vittorio Sereni che di quel gruppo fu il riconosciuto mentore.
Il volume «Stazioni remote» (prefazione di Massimo Raffaeli, Marcos y Marcos, 2023) ne antologizza le raccolte pubblicate fra il 2004 («Giocavo all’ala») e il 2020 («A beneficio degli assenti»), cui fanno seguito, edite da peQuod, «Sotto falso nome» (2022) e «Visite notturne» (2024)
Il meglio della poesia di Simoncelli sta nell’ininterrotto colloquio con i suoi cari defunti (la madre, il padre, la prima moglie). I quali, però, nota giustamente Raffaeli, «non hanno ‘facies’ se non allusa nel ricordo e tuttavia manifestano la loro presenza in una gamma di vibrazioni e piccoli eventi atmosferici, irrompono nella sbadatezza di certi gesti andati a vuoto, in momentanei mancamenti e in stati di mite delirio ma soprattutto in effetti personali che la memoria recupera alla maniera non tanto di correlativi oggettivi quanto di feticci veri e propri».
Come, per l’appunto, nella poesia che qui propongo, dove anche si conferma un’altra costante del suo stile (che è poi il suo modo di intendere la poesia): «Simoncelli non è un poeta da artifici retorici e proprio per questo si conferma un maestro: i versi sono sempre privi di prodezze immaginifiche, arditi giochi fonetici o costruzioni verbali studiate a tavolino; è un poeta che scrive con il cuore nudo, chiama ogni cosa con il proprio nome. Le visioni sono potenti perché hanno il coraggio della sincerità e ogni sillaba custodisce una verità propria e altrui» (Valentina Demuro). È scritto a proposito del suo ultimo libro, ma vale per tutti.
