Poesie per un anno 456 – Rina Pellegri

Recensione di Francesco Paolo Memmo

 

Rina Pellegri (29 giugno 1903 – 17 maggio 1975), poeta ligure oggi quasi totalmente dimenticata, scrisse molti testi radiofonici per l’EIAR e per la RAI. Autrice, tra il 1928 e il 1972, di sette raccolte di versi, dapprima sotto l’influenza dannunziana e pascoliana, aderì poi, negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, alla cosiddetta “terza corrente”, cioè quella che si definiva del “realismo lirico”, guidata da Aldo Capasso, che si proponeva come via alternativa sia all’ermetismo che al neorealismo, o al realismo di stampo sociale.
È recente la pubblicazione di un ricco e articolato volume, a firma di Marzia Minutelli, che ambisce, mettendo in campo agguerriti strumenti critici e filologici, a recuperarne la memoria, con una scelta commentata dei suoi testi e un ricco apparato biobibliografico: «Rina Pellegri. Una poetessa del Novecento», Società Editrice Fiorentina, 2025.
Traggo la poesia che qui oggi trascrivo da una raccolta del 1934, «Fiori sulla sabbia», pubblicata dalla Casa Editrice Emo Cavalleri di Como.
«Fondato su un ennesimo rapporto di corrispondenza fra mondo umano e mondo naturale, il componimento consta di due parti simmetriche speculari di lunghezza pressoché identica (otto e sei versi) adibite ciascuna all’illustrazione di un polo del paragone: un cane e il personaggio poeta. Accomunate da un angoscioso senso di estraneità alla vita, entrambe le creature appaiono sgomentate e insieme attratte dall’enigma dell’universo, oscuramente librate su un confine arcano». Così commenta Marzia Minutelli che sottolinea anche «il ruolo assolto nella genesi del testo dalla poesia “La capra” di Umberto Saba, peraltro additato dalla Pellegri tra i propri modelli».