Solo pochi giorni fa è venuto a mancare Sebastiano Saglimbeni (11 aprile 1932 – 4 maggio 2026), siciliano trapiantato a Verona, dove ha sempre vissuto, a parte una parentesi di cinque anni trascorsi a Milano, insegnando lettere nelle scuole superiori. Narratore, saggista, traduttore dal latino, giornalista pubblicista, editore, ha pubblicato vari libri di poesia: «E non ho pianto» (Farfisa, Ancona 1961), «I Martiri hanno l’acqua in bocca / Le favole e la guerra» (Il Fauno, Firenze 1965), «Resistenza alla terra gibbosa» (Mondo Nuovissimo, Bologna 1969), «Catàbasi e lezione di umiltà» (Guanda, Milano 1977), «La volta del libro» (ivi, 1984), «Chronicon» (Edizioni del Paniere, Verona 1990), «Mielifica la rosa» (ivi, 1992), «Suavis domina» (QuiEdit, Verona 2012), «Estremi bagliori del tramonto» (Associazione Concetto Marchesi, 2020), «Lamento e versi» (ivi, 2020),
Per ricordarlo, propongo una poesia tratta da «Suavis domina», la citata raccolta del 2012 nella quale, ancor più che altrove, Saglimbeni alterna il registro aulico (che in lui è anche nostalgia dell’antica e quasi perduta precisione della nostra lingua) e quello colloquiale, più vicino a moduli dell’attualità: «Una poesia che non rinuncia alla verità, anche la più sguaiata pur d’arrivare all’immagine più reale e pura. Questo l’intento di Saglimbeni, la sua voglia intima: produrre verità nelle parole, tra le parole, quelle indispensabili, insostituibili che hanno la funzione di una cassaforte che non è, ma contiene il tesoro, e attraverso la quale il tesoro (la poesia) va riconosciuto e apprezzato. Forse la stessa aulicità di cui si parlava fa parte anch’essa del desiderio di solidificare la poesia in reticoli di parole forti, che la difendano e la mantengano integra, affinché lo sguardo del lettore non la consumi prima che abbia esaurito la sua forza di persuasione» (Arnaldo Ederle).
