Umberto Bellintani (10 maggio 1914 – 7 ottobre 1999) pubblicò nel’arco di un decennio tre raccolte di versi: «Forse un viso tra mille» (Vallecchi, 1953), «Paria» (Edizioni della Meridiana, 1955), «E tu che m’ascolti» (Mondadori, 1963). Dopo di che decise di tacere per oltre trent’anni, autoescludendosi dalla scena letteraria, fino alla pubblicazione, un anno prima della morte, di «Nella grande pianura» (Mondadori, 1998), volume che comprende una scelta di testi da «Forse un viso tra mille», la riproposizione integrale di «E tu che m’ascolti» e, sotto il titolo di «Un abbaino in piazza Teofilo Folengo», delle poesie scritte durante gli anni del silenzio (evidentemente un “silenzio creativo”, per usare un’espressione di Vittorio Sereni).
Una nuova edizione di «Nella grande pianura» è uscita l’anno scorso, con un’appendice di testi inediti e una prefazione del curatore Maurizio Cucchi che nota come nei versi di Bellintani – un poeta così legato alla sua terra padana, attento ai dati dell’esistenza e però anche proiettato verso l’«immenso della vita» – agisca, «sottostante, […] l’inquietudine di un interrogarsi continuo sui temi di Dio e della morte, del dolore e del suo placarsi, ma sempre attraverso la concretezza di una visione, quotidiana e minimale, dell’umana presenza, senza alcun abbandono a tracce internamente enfatiche né tantomeno di sapore ideologico».
