Poesie per un anno 447 – Remo Pagnanelli

di Francesco Paolo Memmo

 

Ogni occasione, ogni ricorrenza è buona (oggi, ad esempio, sarebbe stato il suo settantunesimo compleanno) per ricordare Remo Pagnanelli (6 maggio 1955 – 22 novembre 1987), uno dei poeti più dotati della nostra generazione. Aveva solo 32 anni quando decise di togliersi la vita dopo aver dato alle stampe tre raccolte di versi («Dopo», 1981; «Musica da viaggio», 1984; «Atelier d’inverno», 1985), cui si deve aggiungere il poemetto «L’orto botanico» nel volume collettaneo «6 Poeti del Premio Montale» (1986). Postumi sono usciti i «Preparativi per la villeggiatura» (1988) e, a cura di Eugenio de Signoribus, gli «Epigrammi dell’inconsistenza» (1992, con testi risalenti al 1975-1977), entrambi riuniti, insieme a «L’orto botanico», nel volume curato da Daniela Marcheschi «Quasi un consuntivo (1975-1987)» (Donzelli, 2017). La stessa Marcheschi aveva provveduto all’edizione del libro complessivo «Le poesie» (Il lavoro editoriale, 2000).

Qui si legge la nota dell’amico Guido Garufi (insieme avevano fondato la rivista “Verso”) che ben sintetizza nella sua parte finale l’essenza della poesia di Pagnanelli: «Dagli esordi all’ultimo libro, circolarmente, il messaggio che resta rimane vincolato al tema della “resistenza”, della fiducia più forte nella scelta di una limgua in grado di arginare il male del mondo, il suo enigma, lo stesso fondamento della persona. Pagnanelli provò con le armi inesauste della poesia questa “comprensione”, esplorò lo stesso labirinto e disagio dello spaesamento sempre affidandosi (e confidando) nel “duro filamento” che collega lo scriba al suo lettore e forse anche sperando nella “chiarità” di luci ulteriori, oltremondane, le stesse che, tra le righe, si riflettono e sbucano dalla carta bianca».
Pagnanelli è stato anche un critico acuto e intelligente. Ne segnalo la monografia «La ripetizione dell’esistere. Lettura dell’opera poetica di Vittorio Sereni» (Scheiwiller, 1981), che porta la stessa data del suo esordio poetico e che fu l’occasione del nostro incontro.

Fu proprio Sereni a indirizzarlo a me, e lui venne a trovarmi un paio di volte a Roma; ebbi così modo, di apprezzare non solo il suo valore di critico ma anche la passione che metteva nei discorsi che facemmo in quelle circostanze. Non posso dire che ci sia stato fra noi un vero e proprio rapporto d’amicizia, ma fu ugualmente per me molto doloroso apprendere la notizia della sua tragica fine.

Ci riconoscevamo, forse, in quel comune denominatore che la Marcheschi individua in Sereni e nei poeti che hanno cara la sua poesia: la «pensosa interrogazione ed accettazione delle cose e della storia», per cui possono ben definirsi, in quel senso, «poeti della memoria, di modalità diverse di essa e mai, comunque, di maniera: di una nostalgia del passato che diventi consolatorio ripiegamento nel proprio scacco – neocrepuscolarismo», ma piuttosto «testimonianza di una razionale volontà di durare, di un rapporto lacerante e tormentato, dinamico, con la storia e le sue forme di potere, il suo negativo».