Tragica come nessun’altra fra i poeti nostri contemporanei la vicenda esistenziale di Giuseppe Piccoli.
Nato nel 1949 a Verona, non portò mai a termine gli studi classici cui si era dedicato ma sin da giovanissimo coltivò la poesia e collaborò con articoli di critica letteraria a «L’Arena», il quotidiano della sua città.
Era una persona buona e gentile (così lo descrivono quelli che l’hanno conosciuto), ma soffriva di gravi disturbi psichici e nel settembre del 1981, in un attacco di schizofrenia, aggredì i suoi genitori ferendoli molto gravemente.
La madre riuscì a salvarsi, ma il padre morì poco dopo. Condannato a scontare un periodo di detenzione di dieci anni, fu prima rinchiuso nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Reggio Emilia poi in quello di Napoli dove il 18 febbraio 1987 si tolse la vita.
Aveva trentotto anni e fece in tempo a pubblicare due raccolte di versi: «Di certe presenze di tensione» (in «Poesia Uno», Guanda, 1981) e «Foglie», con prefazione di Maurizio Cucchi, nel mondadoriano «Almanacco dello Specchio», n. 11, 1983.
Postumi sono usciti «Chiusa poesia della chiusa porta», a cura di Arnaldo Ederle (Bertani, 1987); e «Fratello poeta» (LietoColle, 2012).
Nelle sue poesie, ha scritto Maurizio Cucchi riferendosi alla prima raccolta (ma sono parole che possono valere per l’opera intera di Picccoli),
«circola qualcosa di misterioso, che si condensa, si raggruma, in versi di un’asciutta fisicità scandita che esprime la difficoltà dell’essere, una “malattia dell’Essere”, dentro una “scorza d’uomo” che pure tenta un’apertura sul mondo, forse nella ricerca di un superiore riscatto, o di un riscatto in una trascendenza incarnata, in una verità messianica».
