Di Angela Paola Caldelli (1904-1993) sappiamo praticamente solo quello che lei stessa ci dice in una telegrafica nota autobiografica: «Nessun dato di rilievo. Gli studi un abbozzo; allieva di scuola privata, si ammalò in quegli anni, e, negata ad esatti concetti, seppe mai applicarsi; avida di letture, quello che capitava. Desiderandolo tutta la vita, potè dedicarsi a scrivere, a parte frammenti, quando già ne disperava. Estranea ad influssi letterari, le giunse insperato consiglio e sostegno. Prodiga di aiuto; assistenza di molti anni nella malattia della madre. Dall’ascolto della Messa ogni giorno, ciò che conosce dei testi. La famiglia borghese, fedele cattolica. È nata a la Spezia nel 1904. Vive abitualmente a Lucca».
Aveva 65 anni la Caldelli quando inviò le sue poesie a Geno Pampaloni, che se ne innamorò e tentò in tutti i modi di trovare una degna sede editoriale per la loro pubblicazione. Dopo una serie di rifiuti, il volumetto fu infine stampato nel 1981, col titolo «Tu m’hai sedotta», dalle ravennate Edizioni del Girasole. Undici anni dopo quei testi confluirono nella più ampia raccolta «Un’ombra d’ali» (Garzanti, 1992).
Intorno agli eterni temi della Vita e della Morte, la Caldelli intreccia un singolare dialogo con Dio, con toni e accenti sostanzialmente estranei alla cultura letteraria italiana, a parte qualche forse inconsapevole suggestione.
Scrive Pampaloni: «Nella poesia di ispirazione religiosa quella di Angela Caldelli occupa un posto a sé. Non prevale in essa né l’accento cristologico o mariologico, come oggi spesso accade; ma il suo centro è nella Bibbia. Ciò sembra provocare due conseguenze: da un lato un certo calore di sensualità dannunziana; dall’altro lato, ed è cosa più importante e per molti aspetti in contrasto con quel calore, la lettura che la poetessa fa della parola di Dio è di un misticismo morbido, affettuoso; non vi ritroviamo il Dio guerriero, aspro, risoluto e vendicativo, ma la sua profonda dolcezza per il suo popolo, nel quale la Caldelli si identifica, quasi in un’eco del cantico di san Francesco».
E sono versi che possiedono un loro fascino misterioso, una forza visionaria che tuttavia non sono bastati a preservarli dal quasi completo oblio.
