Renzo Nanni (4 marzo 1921 – 1º aprile 2004) durante il secondo conflitto mondiale fu tra gli alpini della “Julia” che parteciparono alla campagna di Russia e riuscì a sopravvivere a quella tragica spedizione.
A Roma, dove si era trasferito nel 1939 (era nato a Livorno ma aveva vissuto sin da bambino a Padova), partecipò poi alla Resistenza militando nel Partito d’Azione. Nel dopoguerra svolse un’intensa attività di giornalista, insegnando contemporaneamente italiano e storia negli istituti tecnici.
In poesia, Nanni esordì nel 1952 con una raccolta («L’avvenire non è la guerra», Il Canzoniere, Roma 1952) in cui rivive l’epica resistenziale, con testi di forte valenza civile e politica. Dopo venticinque anni apparve il secondo libro («Terra da amare», Vallecchi, Firenze 1977) cui seguirono, a distanza molto più ravvicinata fra loro, «Braccia limitative e il mondo» (Fermenti, Roma 1979), «Minuscoli su pagina bianca» (Forum/Quinta Generazione, Forlì 1982) – un teso poemetto sulla ritirata di Russia –, e ancora «Fasi di luna» (Lacaita, Manduria 1989) da cui traggo il testo che qui oggi propongo.
Giuliano Manacorda vede in questa raccolta confermata in Nanni la «capacità sempre all’erta di accostare o amalgamare una visione ormai rasserenata dell’essere al mondo, e un’attenzione mai diminuita per le cose che vi accadono», con il disincanto di chi ormai non ha più molte illusioni di cui nutrirsi.
Presso l’editore Caramanica di Marina di Minturno escono le due ultime sillogi («Fuoripista», 1996; e «Una vita quasi un secolo», 2003) e la postuma «Questo me stesso» (2005) che raccoglie, a cura di Domenico Adriano, Francesco De Nicola, Rodolfo Di Biasio, le poesie giovanili, scritte nel 1943.
