Poesie per un anno 377 – Ruggero Jacobbi

di Francesco Paolo Memmo

 

Non ricordo più in quale occasione e in che anno, ma fu Vasco Pratolini a farmi conoscere Ruggero Jacobbi (21 febbraio 1920 – 19 giugno 1981). Loro due erano amici da sempre: Jacobbi aveva esordito giovanissimo (18 anni!) sulle colonne di «Campo di Marte», il «quindicinale di azione letteraria e artistica» fondato nel 1938 da Alfonso Gatto e Pratolini e soppresso dalla censura fascista nel 1939, dopo appena un anno di vita.

Proveniente da una regione – il Veneto – per eccellenza aperta ai venti e agli influssi eterogenei della più libera cultura europea, Ruggero portò con sé negli ambienti dell’allora imperante ermetismo tutta una serie di stimoli nuovi e di vitali contraddizioni. Ma l’ermetismo aveva, come si sa, facce e anime diverse: fu naturale, per lui, scegliere immediatamente i compagni di strada più giusti: appunto Gatto, Pratolini, i ragazzi del «Campo di Marte», quelli che rappresentavano l’anima laica, progressista, non provinciale, cosmopolita dell’ermetismo. Quell’esperienza significò per Jacobbi una lezione di stile e di moralità, di coerenza umana e politica. A quella lezione egli si è poi sempre mantenuto fedele, aggiungendovi di suo l’esuberanza, la curiosità intellettuale, una memoria prodigiosa, una generosità senza pari: erano questi, precisamente, i tratti distintivi del suo carattere. Io, poi, non posso dimenticare quello che ha rappresentato per me, quello che da lui ho imparato, l’incoraggiamento che non mi ha mai fatto mancare rispetto alle cose che facevo e scrivevo.

Ruggero era un uomo di eccezionale cultura, con un sapere che spaziava in ogni campo (la letteratura: non solo quella italiana e brasiliana e portoghese, ma di tutto il mondo; e il teatro, naturalmente, ma anche il cinema, la musica…). È stato regista, sceneggiatore, autore teatrale, critico, traduttore, insegnante. Come poeta, in vita ha pubblicato pochissimo: due o tre libri appena, e qualche plaquette, lasciando inediti tanti volumi di versi che pure aveva scrupolosamente ordinato. Perché lo abbia fatto, non saprei esattamente dire: forse perché credeva, come gli piaceva ripetere, con una punta di civetteria e orgoglio, soltanto a due categorie di poeti: gli inediti e i postumi; forse perché si era convinto troppo tardi delle sue grandi qualità; forse perché voleva dare di sé un’immagine diversa; forse perché c’è sempre stato qualcosa, nella sua vita, che egli ha considerato più urgente, più necessario, più vitale della sua stessa poesia. Fatto sta che tutta quella vastissima produzione poetica è rimasta inedita anche dopo la morte, fino al 2006 quando quel vuoto è stato colmato con un grosso e fittissimo volume edito da Bulzoni («”Aroldo in Lusitania” e altri libri inediti di poesia») di cui dobbiamo essere grati a Anna Dolfi che l’ha testardamente voluto e curato con amore straordinario e straordinaria perizia. Il prezioso volume contiene tutte le raccolte che Jacobbi aveva voluto tenere nel cassetto: «Aroldo in Lusitania 1962-1969» (che della poesia di Jacobbi, scrive giustamente la Dolfi, costituisce «la cifra più inquieta, moderna e felice»), «Autos», «La pietà misteriosa 1936-1966», «La grazia e lo sgomento», «Il sole della nascita 1945-1964».

Qui tuttavia pubblico una poesia tratta da una delle raccolte edite in vita: «Le immagini del mondo» (Rebellato, 1978). Ogni volta che mi capita di riprenderla in mano mi commuove rileggerne la dedica che mi fece: «per Paolo, dal fondo remoto della poesia, dove s’incontrano le generazioni, per continuità d’amore».