Il mese scorso è morta Carla Vasio (12 febbraio 1923 – 22 gennaio 2026). Oggi avrebbe compiuto 103 anni. Veneziana, ha vissuto tutta la vita a Roma, tranne alcuni anni trascorsi in Giappone.
A Roma ha gestito dal 1967 al 1972 la celebre Libreria dell’Oca, un punto di riferimento importante per tanti scrittori e artisti. Ha fatto parte, unica donna, del gruppo ’63. Ha pubblicato libri di narrativa (cito soltanto «L’orizzonte», Feltrinelli, 1966; e, con Enzo Mari, «Romanzo storico», Milano Libri, 1974) e di poesia («Blasone corporale», Empirìa, 1989; e «Ballate scostumate», Le impronte degli uccelli, 2007). È stata autrice e divulgatrice di haiku, conosciuti durante la permanenza in Giappone. Ha esercitato la critica musicale e d’arte. Ha raccontato in un bellissimo libro («Vita privata di una cultura», Nottetempo, 2013) i suoi incontri con tanti intellettuali, non solo italiani. Ed è stata una donna – così l’ho conosciuta negli anni in cui ho avuto la fortuna di frequentarla – di grande e finissima intelligenza, di vorace curiosità, capace di osservare le cose e le persone con sguardo arguto e una salvifica dose di ironia.
Quanto alla sua poesia, Giorgio Patrizi ha individuato nella “precisione” e nella “leggerezza” la cifra stilistica di Carla Vasio: «La precisione di un linguaggio che nel respiro del verso – sia pure un verso che si distende o si rinchiude nel vario ritmo del polimetro – si caratterizza di semplicità, vale a dire necessità espressiva, essenzialità di procedimenti discorsivi mirati ad elaborare paradossali argomentazioni. Oppure la leggerezza di parole capaci di esser lievi come ali e non come piume, secondo il detto di Valery, ricordato da Calvino nelle sue “Lezioni americane”».
