Amelia Rosselli morì suicida l’11 febbraio 1996. Non era mai riuscita a liberarsi dai tanti, troppi fantasmi che l’avevano ossessionata durante un’esistenza segnata da indicibili traumi.
La sua è una poesia difficilmente inquadrabile in scuole o correnti, situandosi piuttosto lateralmente rispetto al corso della poesia italiana novecentesca e anzi maggiormente legandosi, come osservò Pier Vincenzo Mengaldo, «ad altre tradizioni, l’anglosassone – tra “metafisici” e “irregolari” – e la surrealista francese di cui prosegue direttamente, con aspro vigore, gli atteggiamenti pù ex lege».
Da qui una poesia che con forza potente afferma la propria necessità in un mondo, anche linguistico, di cui sovverte vistosamente, e scandalosamente, tutte le norme. Una poesia in cui tutti i piani si confondono: il pubblico e il privato, la realtà e l’immaginazione, le pulsioni fisiche e le psichiche, le ragioni della ragione e quelle che si radicano nei più profondi meandri dell’inconscio, la volontà di comunicare e il flusso delirante di emozioni che tentano disperatamente di raggrumarsi in un senso.
Ma si sa: la poesia è qualcosa di molto più complicato della prosa, e la Rosselli lo sapeva bene: «Oh potessi avere la leggerezza della prosa». La poesia non dà tregua.
