Poesie per un anno 355 – Francesco Picco

di Francesco Paolo Memmo

 

Ho conosciuto Francesco Picco (1948–1991) a metà degli anni Ottanta del secolo scorso e per qualche tempo l’ho frequentato, anche se lui era del tutto estraneo all’ambiente letterario (una sola volta lo convinsi ad accompagnarmi in un locale di Trastevere dove partecipavo a una pubblica lettura poetica).

Aveva scritto e da poco pubblicato, evidentemente a proprie spese, facendosene editore, una piccola raccolta intitolata «Per puro caso» di cui mi fece dono solo dopo mie ripetute insistenze perché diceva di non sapere se il suo amore per la poesia fosse ricambiato e temeva un mio giudizio negativo. Al contrario, io lo incoraggiai a continuare nella scrittura e a cercare di farsi conoscere, ma lui mi rispose che non erano questi i suoi progetti per il futuro.

Era comunque un lettore vorace, non solo di poesia, e non solo di poesia gli piaceva parlare, ma anche, ad esempio, di musica e di canzoni. Dal suo amore, che era anche il mio, per la grande canzone d’autore, italiana e francese, nasce la poesia (la prima del libriccino) che oggi propongo: c’è Brassens (con l’allusione alla sua stupenda “Supplique pour être enterré à la plage de Sète”), e c’è Jacques Brel (Brassens lo chiamava, per prenderlo in giro, “Abbé Brel”) che scelse di andare a morire in Polinesia.

A un certo punto i nostri incontri si diradarono e infine ci perdemmo di vista. La notizia della morte me l’ha data la moglie, che mi ha scoperto qui su Fb e pochi giorni fa ha sentito il bisogno di contattarmi via Messenger.

(Francesco non poteva immaginare che un giorno qualcuno avrebbe dato un nome a ciò che lui descrive in questi versi. Il termine, coniato nel 2012 dal neologista americano John Koenig, è “anemoia”, il vento nella mente secondo l’etimo greco: la nostalgia per un tempo, un luogo o un’esperienza che non abbiamo mai conosciuto o vissuto personalmente).