Anna Malfaiera (26 luglio 1926 – 27 gennaio 1997) – lo sostengo da sempre – è una delle voci poetiche più importanti del secondo Novecento. La sua è una poesia che non canta, non racconta, riduce al massimo ogni orpello retorico. Semplicemente: dice. E dice con una perentorietà direttamente proporzionale ai dubbi, alle incertezze, alle contraddizioni che la vita propone. È pensiero che si fa parola. Pensiero che affonda nella propria privata biografia ma che immediatamente si universalizza in forza di una tensione morale fortissima e fortemente contrastiva nei confronti di una realtà sentita come ostile e tuttavia indagata con tenacia e rigore. La poesia come forma di resistenza: “Una resistenza inamovibile”, come suona il titolo di un suo componimento che io eleggerei a titolo dell’intera opera sua.
La quale si sviluppa attraverso le seguenti raccolte: «Fermo Davanzale» (Rebellato, 1961), «Il vantaggio privato» (Sciascia, 1970), «Lo stato d’emergenza» (La Nuova Foglio Editrice, 1971), «Verso l’imperfetto» (Tam Tam, 1984), «E intanto dire» (Il Ventaglio, 1991), «Il più considerevole» (Anterem, 1993).
«E intanto dire» è anche il titolo di un’antologia della poesia di Malfaiera uscita nel 1999 presso Edimond nella collana “Diapason” diretta da Alfredo Giuliani.
Per completezza bibliografica, segnalo infine «Ventisette, Rue de Fleurus» (Il Ventaglio, 1992) che rievoca, in forma teatrale, il quarantennale rapporto, sentimentale e culturale, fra Gertrude Stein e Alice Toklas.
