Annalisa Cima (20 gennaio 1941 – 6 settembre 2019) è stata pittrice e poeta. Nel 1968 conobbe Eugenio Montale e ne divenne l’ultima musa. A lei Montale avrebbe affidato le 84 poesie che, dopo la sua morte, furono definitivamente edite da Mondadori col titolo «Diario postumo» nel 1996, con lungo strascico di polemiche a proposito dell’attribuzione messa in dubbio da critici come Dante Isella e Raboni. È un discorso che qui non è il caso di affrontare.
Resta il fatto che, di Montale o no, si tratta di brutte poesie.
«Terzo modo» (Scheiwiller, 1969) è la prima raccolta di versi di Annalisa Cima. Montale ne scrisse una recensione che però allora non fu pubblicata (pare su richiesta dell’autrice) ma è stata poi recuperata come postfazione alla riedizione del libro apparsa per Il Nuovo Melangolo nel 2006. Vi si legge, nelle ultime righe, che «Annalisa Cima ha tutte le carte in regola per rappresentare degnamente l’ultima generazione di questo secolo, come i poeti che credono in lei, da Giuseppe Ungaretti ad Aldo Palazzeschi, da Marianne Moore al sottoscritto, hanno rappresentato la prima generazione. E se la poesia è più filosofica e di più alto valore che la storia, ancora una volta si riconferma la tesi che il grande poeta, nello scrivere se stesso, scrive il suo tempo e questa definizione s’attaglia perfettamente alla poesia di Annalisa Cima che, sin dal suo esordio, raggiunge esiti inattesi con naturalezza e semplicità, qualità che contraddistinguono un poeta quando vale».
Ovviamente, ci va fatta la tara!
