Ho conosciuto Salvatore Martino (16 gennaio 1940 – 21 gennaio 2022) all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso. Lui aveva già esordito con una raccolta di versi («Attraverso l’Assiria», Terzo Millennio, 1969) e stava preparando la successiva («La fondazione di Ninive», Carte Segrete, 1977), mentre già riscuoteva i primi successi come attore nell’ambiente teatrale romano. Eravamo stati presi, lui io e alcuni altri suoi e miei coetanei, sotto l’ala protettrice di Ruggero Jacobbi, che ha avuto un ruolo fondamentale nella maturazione di tutti noi.
Come poeta, Martino avrebbe poi prodotto altri libri che non meritano di essere dimenticati: «Commemorazione dei vivi» (Rebellato, 1979), «Avanzare di ritorno» (Lalli, 1984), «La tredicesima fatica. 1980-1986» (Lacaita, 1987), «Il guardiano dei cobra» (Cultura Duemila, 1992), «Le città possedute dalla luna» (Le Torri, 1998), «Libro della cancellazione» (Le Torri, 2004), «Nella prigione azzurra del sonetto» (LietoColle, 2009). Postumo è «Manoscritto trovato nella sabbia», a cura di Pepito Torres, Bordeaux Editore, 2024.
Nella relazione tenuta al Laboratorio di Poesia de «L’Ombra delle Parole» del 30 marzo 2017 (pubblicata il 10 aprile 2017 sul sito della rivista www.lombradelleparole.wordpress.com) lo stesso Martino dichiara quali sono state le tematiche intorno a cui si è sviluppata la sua poesia lungo tutto il mezzo secolo di attività: «il rapporto dell’Io con se stesso, la maschera (persona) , l’archetipo dello specchio, il colloquio con l’Altro, il viaggio reale e quello sognato, l’ambiguità dell’essere e delle parole, Eros nella sua duplice natura, principio di relazione proprio alla vita, o progenie della notte, fratello della morte, incapace di salvarci da essa, e i sogni (oneiroi), che sia Omero che la mitologia orfica collocano nel regno di Ade. Tutto sotto la freccia apollinea, l’ebbrezza dionisiaca, il fuoco della conoscenza, il freddo del bisturi nell’indagine razionale».
