Anna Ventura (1936 – 13 gennaio 2021), nata a Roma da genitori abruzzesi, laureata a Firenze in Lettere classiche, ha all’attivo numerose pubblicazioni di poesie, racconti, romanzi, saggi e varie antologie di poeti contemporanei. Cito qui soltanto le sue raccolte di versi, in un elenco certamente incompleto: «Brillanti di bottiglia» (Quaderni di Rivista Abruzzese, 1978), «La diligenza dei santi» (Bastogi, 1983), «Aria sulla quarta corda» (Forum, 1985), «Le spighe incrociate» (Edizioni dell’Urbe, 1987), «Le case di terra» (Forum, 1989), «In Chartis» (Bastogi, 1996), «Nostra Dea» (Esuvia, 2001); «La città» (NoUbs, 2007), «Streghe» (One Group, 2018).
Del libro da cui traggo il testo che qui oggi propongo ha scritto Liliana Bondi nella prefazione: «La poesia della Ventura si offre spesso in forma descrittiva: sembra nascere dalla visione di un’immagine pittorica, oppure fotografica; essa, in realtà, trae la sua prima origine dagli occhi, dallo sguardo vivace, passionale e sensibile che la poetessa posa sugli oggetti, sugli animali, sulle persone; non, tuttavia, per fissare i singoli elementi nella loro immobilità materica; piuttosto, per evidenziare la vita che vibra in ciascuno di loro, e che ciascuno emana in armonia con l’ambiente circostante, e per capirne e decifrarne quel linguaggio segreto che solo uno spirito bene educato alla cultura e all’arte sa cogliere e tradurre in parola poetica, in special modo quando gli oggetti, gli ambienti, le atmosfere identificano in un certo senso le persone che di quel mondo sono parte».
